Corno di Cavento - Via Normale

Zona montuosa Adamello/Presanella Località di partenza Loc. Pian della Sega - Val Borzago (TN)
Quota partenza 1250 Mt. Quota di arrivo 3402 Mt.
Dislivello totale +1200 Mt. dal parcheggio al rifugio
+1002 -50 Mt. dal rifugio alla vetta
Sentieri utilizzati n. 213, 215
Ore di salita

3 h. per il rifugio
4 h. dal rif. alla vetta

Ore di discesa 2 h. 30' fino al rifugio
2 h. dal rif. al parcheggio
Data di uscita 15-16/06/2019 Giudizio sull'escursione Molto bella
Sass Balòss presenti Bertoldo Difficoltà E fino al rifugio
PD per la vetta
Amici presenti
Ennio, Francesco, Luigia, Paolo, Sara.
Condizioni climatiche, dei sentieri e della neve
La salita al rifugio si è svolta con cielo inizialmente soleggiato per divenire coperto sull'ultimo tratto. Durante la salita al Corno di Cavento (secondo giorno) il meteo è stato perfetto.
Il sentiero che sale al rifugio è in ottimo stato e perfettamente segnalato. La salita invece si è svolta su nevaio e ghiacciaio.
La neve percorsa in salita era portante mentre alcuni tratti hanno ceduto durante la discesa.
Eventuali pericoli
A parte i soliti di un escursione in alta quota, fate attenzione ad alcuni crepacci piuttosto ampi e profondi lungo il ghiacciaio che potrebbero essere ben coperti a inizio stagione. Evitare (o interrompere) la salita in caso di nebbia perché sul ghiacciaio non ci sono punti di riferimento.
Presenza di acqua
Troverete acqua a una bella fontana subito dopo l'attraversamento del ponticello sul fragoroso torrente di fondovalle, dopo circa 1 ora di cammino dall'auto. Acqua anche al rifugio.
Punti di appoggio
Il rifugio Carè Alto (2450 Mt.).
Materiale necessario oltre al tradizionale

Per l'attraversamento del ghiacciaio portare: corda, imbraco, caschetto, ramponi, piccozza; utile un corpo morto e/o un paio di viti da ghiaccio.

Caratteristiche dell'escursione

Descrizione generale
Il Corno di Cavento, il cui nome trova origine dalle condizioni atmosferiche spesso cattive della zona - Cavento/Cà del Vento, venne salito da Julius von Payer con Coronna, Griesmayer e Haller il 3 settembre del 1868 e divenne tristemente famoso per il ruolo che questa cima ebbe durante la prima guerra mondiale.
Dalla guida "Adamello" di Pericle Sacchi:
"A forma di piramide, il cui vertice è formato dall'incrocio di tre creste. La cresta N, che si alza dal Passo di Cavento con un ardito e caratteristico gendarme indicato anche sulle carte col toponimo di 'La Bottiglia' 3315 Mt., continua rocciosa fino alla vetta. L'opposta cresta SSE, assai meno pronunciata, specialmente sul versante orientale,e il grande crestone OSO che, dopo aver formato le due grandi e alte pareti rivolte a NO e a S, continua con grandi salti rocciosi fino a perdersi sulla finacata della Val di Fumo, sopra la Conca delle Levade.
Il versante orientale della montagna è invece quasi interamente nevoso e dalla vetta scende una breve costolatura che si perde nella Vedretta di Làres".
La via normale corre lungo il facile versante Est e
generalmente non presenta particolari difficoltà salvo quelle relative al ghiacciaio sovente crepacciato.
Descrizione percorso
Per chi giunge da Tione di Trento, una volta arrivati a Piazzo, in corrispondenza di una strettoia dopo un semaforo, troverete l'albergo Moleta, subito dopo vi è il poco visibile e stretto bivio per la Val Borzago. Svoltate a sinistra e risalite questa bellissima valle fino al termine della strada asfaltata. Qui, un ampio e comodo parcheggio (località Pian della Sega) ci consente di lasciare l'auto nei pressi di un'area pic-nic e iniziare la lunga e ripida salita al rifugio Carè Alto. Alzando lo sguardo lo potrete già vedere, lontano e alto, ma non fatevi ingannare, ci vorranno circa 3 ore per giungere alla sua porta. Imboccata l'ampia strada sterrata immersa nel bosco di abeti, la si segue per alcune centinaia di metri. In corrispondenza di un tornante verso destra la si abbandona proseguendo dritti in un sentiero che si inerpica accanto allo spumeggiante torrente che scende dalla valle che dobbiamo risalire. Lungo noiosi e ripidi gradini ricavati nel sentiero si guadagna rapidamente quota fino a sbucare in un piccolo praticello nei pressi del quale una palina ci invita a proseguire in leggera discesa fino ad un bel ponte oscillante in legno. Superato il torrente, iniziamo una lunga salita tra prati e bassi cespugli. Il percorso ci porta sotto alcune lisce placche rocciose. Sempre con una pendenza elevata arriviamo finalmente ad una mezzacosta pianeggiante a sinistra della quale si può ammirare l'intero tragitto fatto fino ad ora ed una provvidenziale panca in legno ci invita a riprendere fiato prima dell'erta finale. Ripartiti, ci troviamo ad aggirare un costone pratoso per poi ritornare a salire su terreno aperto. Giunti a un evidente e secco tornante verso destra, vediamo sopra di noi il rifugio. Da qui manca ancora quasi un'ora di ripida salita che si compie tra blocchi di pietra lisciati, tornantini e tratti su prato. Si giunge infine al rifugio, posto appena pochi metri a sinistra della cresta Est del Carè Alto, che scende giù diretta dalla cima. Una volta arrivati al rifugio, guardando verso il basso si potrà distinguere il parcheggio dove abbiamo lasciato l'auto e riposarci nei pressi di una bella chiesetta dalla forma fuori luogo (costruita dai prigionieri di guerra russi durante la Guerra Bianca). Il giorno seguente, si inizia a discendere dalla cresta dietro al rifugio tramite un'erta scalinata di pietra verso il fondo di un bellissimo vallone detritico chiuso a sinistra dalla cresta che dal rifugio porta direttamente al Carè Alto (la Cresta Est è una via di salita alternativa alla Normale, ma più diretta e impegnativa, con passaggi di arrampicata di III grado). Una volta terminata la discesa, si percorre il sentiero pianeggiante che conduce alla conca nevosa (detritica a stagione avanzata). Da qui inizia la salita vera e propria. Procedendo con intuito si raggiunge la Sella di Niscli (2912 Mt.).
Percorrere il ghiacciaio di Làres in direzione Ovest fino a portarsi ai piedi dei Denti del Folletto. Salire in direzione Nord verso il Cavento progredendo sul suo versante Sud-Est. Le facili roccette sommitali (talvolta ricoperte di neve) consentono di guadagnare la sommità (3402 Mt.).
Discesa
Rientrare all'auto percorrendo a ritroso il percorso.

Note
"Corno di Cavento" - dal libro “Sui monti del Trentino” edito dalla SAT di Trento:
Dall’11 febbraio 1917 il tenente Felix Hech von Heleda assunse il comando del Corno di Cavento con la prima compagnia Esploratori di Tiroler Kaiserjäger, precedentemente presidiato da una compagnia del Battaglione Landsturm 161 al comando del capitano Farhner. Obiettivo assegnato dagli alti comandi al tenente Hecht è quello di portare al massimo le difese del Corno di Cavento con la costruzione di una postazione sotterranea per artiglieria, in grado di interdire i rifornimenti italiani in transito sulla vedetta della Lobbia.
Dal 21 febbraio del 1917, con i primi colpi di mina, ha inizio lo scavo di una galleria in roccia poco sotto la vetta ad opera di una compagnia Sappeur (zappatori), comandata, da marzo a fine maggio 1917, dal capitano Navratil. I lavori di scavo della galleria si protrarranno per circa tre mesi causando numerosi feriti da incidente da mina. Alla galleria, sicuro riparo in caso di bombardamento, venne in seguito aggiunto un fortino con feritoie per mitragliatrici e cannone rivolte verso il Passo di Cavento e la Vedretta della Lobbia, che erano occupati dalle truppe italiane. Alla vigilia dell’attacco italiano la cima del Corno era armata con 2 cannoni da 7.5, osservatorio e riflettore, 3 bombarde e alcune mitragliatrici. Il 15 giugno del 1917, dopo un violentissimo bombardamento, in cui concorrono oltre 20 cannoni posizionati a semicerchio sulle cime vicine (tra questi il famoso 149C innalzato a Cresta Croce), circa 1500 alpini sferrano l’attacco contro il presidio austriaco (circa 200 uomini) del Corno di Cavento con direzioni di assalto della Vedretta di Làres, dalla Cresta nord e dall’inviolato versante ovest. Una quindicina di difensori rimangono intrappolati nella galleria di vetta e si arrendono agli alpini. Molti altri cadono sulla posizione, compreso il comandante Hecht. I superstiti si ritirano nelle gallerie del ghiaccio della vedretta di Làres e verso le vicine postazioni sul monte Folletto.
Dopo la conquista, il Corno di Cavento venne presidiato dalla terza Compagnia volontari alpini comandata dal capitano Luigi Bresciani e rinforzata da metà della 241a compagnia del Battaglione Val Baltea. In breve tempo la cima del Corno di Cavento venne tramutata in un baluardo difensivo con la costruzione di sentieri attrezzati, una teleferica e più di una decina di baracche dislocate sul versante NO, in quanto le ex difese austriache non potevano essere utilizzate poiché completamente esposte al fuoco nemico.
Dopo un anno esatto dalla conquista italiana, il 15 giugno 1918, gli austriaci riconquistarono il Corno di Cavento attaccando dalla Vedretta di Làres dopo lo scavo di una galleria nel ghiaccio che arrivava fin sotto i reticolati delle prime linee italiane. Un attacco rapido con truppe scelte e ben addestrate che sorprese gli alpini e permise l’occupazione della cima senza pesanti perdite (Berg Fuhrer comp. N. 12 e HochGebirge comp. N. 29); anche in questa occasione nella galleria di vetta vengono fatti dei prigionieri, ma questa volta italiani; il comandante del presidio del Corno, Fabrizio Battanta, riesce miracolosamente a fuggire verso il passo di Cavento.
La riconquista e occupazione austriaca dura fino al 19 luglio 1918 quando il presidio viene annientato dopo un potente attacco italiano portato su tutti i versanti della montagna. Nella galleria di vetta muore il comandante della guarnigione austriaca Franz Oberrauch; gran parte dei difensori vengono fatti prigionieri e solo pochi riescono a ritirarsi sulle posizioni del Folletto e nel sistema difensivo sotterraneo della Vedretta di Làres. Da quel momento il Corno di Cavento rimase dominio italiano sino alla fine del conflitto e, per alcuni giorni dopo la firma dell’armistizio, fu presidiato dagli alpini della 311a compagnia.
Commenti vari
"Recupero della galleria del Corno di Cavento" - dal libro “Sui monti del Trentino” edito dalla SAT di Trento:
Dopo la fine della Prima guerra mondiale, la Galleria del Corno di Cavento sicuramente fu visitata da recuperanti di materiale bellico, ma in seguito e in breve tempo si riempì di ghiaccio e neve, che la sigillarono per molti anni. L’esistenza della galleria era già nota nel mondo storico ed alpinistico, ma solo dopo il 2003, anno da ricordarsi per la torrida estate, e negli anni successivi, lo spessore del ghiaccio interno della galleria diminuì, permettendo il passaggio, strisciando all’interno. Nel 2007-2010, attraverso un’iniziativa congiunta della Soprintendenza per i Beni Storico Artistici, del Servizio Bacini Montani della Provincia Autonoma di Trento, della Società Alpinisti Tridentini e delle Guide Alpine, viene effettuato un intervento per sciogliere il ghiaccio che ha colmato l’ipogeo; strutture e reperti di ogni tipo vengono trovati esattamente come furono lasciati più di novanta anni prima, all’atto della discesa a valle degli ultimi soldati italiani. Centinaia di reperti, alcuni dei quali di rilevante importanza sono stati recuperati, catalogati e sistemati nei magazzini provinciali in attesa di una futura collocazione museale. Un documento eccezionale, a cui è stato dedicato un impegno di mezzi e personale notevole, per una ricerca archeologica e speleologica unica nel suo genere per il periodo storico trattato e che dall’estate 2011, in accordo con gli organi provinciali è stato possibile rendere pubblico con visite guidate dai volontari della Commissione Storica SAT e dalle Guide Alpine del Trentino.
   
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Prime luci Francesco
   
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Paolo Pausa te (foto Francesco Ferri)
   
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Will nei pressi della vetta (foto Francesco Ferri) Il Carè Alto (foto Francesco Ferri)
   
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Francesco, Paolo e Will in vetta al Corno di Cavento La discesa