In questa sezione i Sass Balòss pubblicheranno i loro racconti e i loro aneddoti
che sono nati durante le uscite in montagna.

Titolo Autore Data
Ebano Will 22 dicembre 2009
Aria Frizzantina Will 2 novembre 2009
Il Sasso Errante Omar 24 aprile 2009
Un Nuovo Mattino Paolo Grisa 22 aprile 2009
Solitudine by Night Will 23 luglio 2008
Mani Rosse Omar 24 febbraio 2008
Bertoldo ed il Sasso Errante Nuvolarossa 26 agosto 2007
E allora scrivo Omar 27 luglio 2006
Il vecchio Will 23 aprile 2006
Il passero e l'avvoltoio Omar 23 gennaio 2006
El arca de los vientos Ermanno Salvaterra 6 dicembre 2005
La prima volta... Will 5 luglio 2005
2150 Omar e Gölem 2 maggio 2005
Il risveglio del Gigante Nuvolarossa 11 marzo 2005
Lucy in the sky Omar 11 febbraio 2005
Uomini e pietre Gölem 4 gennaio 2005
Lo zaino del Pio Omar 17 settembre 2004
Una gita in compagnia di me stesso Gölem 11 agosto 2004
Lacrime di San Lorenzo Gölem 11 agosto 2004
La Rompiscatole Omar 4 agosto 2004
Delirio Will 18 luglio 2004
Non Sense Omar 9 giugno 2004
L'importante è tornare a casa Omar 19 maggio 2004
Ricordi Felini Omar 23 marzo 2004
La Maledizione della croce spezzata Gölem 12 marzo 2004
Meglio tardi che mai... Omar 11 marzo 2004
Grazie Trezzo! Will 23 febbraio 2004
Il canalone Omar 8 gennaio 2004
La morte può attendere Will 7 gennaio 2004
Voolaareee... oh oh Omar 13 dicembre 2003
Attese e ritorni Omar 10 dicembre 2003
Testaman Gölem 9 dicembre 2003
Indignato speciale Will 6 dicembre 2003
La ragazza delle mutandine Gölem 30 novembre 2003
Ecco la verità! Nuvolarossa 28 novembre 2003
Grazie socio! Omar 27 novembre 2003
L'omm del nebbiù Gölem 25 novembre 2003
Fatto Gölem 7 luglio 2003

 

L'omm del nebbiù
di Gölem

A cavallo tra Valle Camonica e Valtellina c'è un verde altopiano, in estate una distesa di torbiere costellate di eriofori, pascoli fioriti e malghe isolate, in inverno una terra desolata ricoperta dalla neve, con creste e rocce che affiorano qua e la dalla coltre.
Di gente in inverno non ce n'è neppure l'ombra, trovare orme sulla neve è un evento raro, gli alpeggi sono abbandonati così come sono abbandonate dagli escursionisti le cime che si innalzano tra una valle e l'altra.
Una di queste cime è il Monte Pagano, la cui vetta è circondata da una singolare fortificazione circolare, eretta nella prima Guerra Mondiale nel caso in cui i fronti dell'Adamello, del Tonale e del Gavia avessero ceduto. Così non accadde, e probabilmente sulle linee del Mortirolo non si sparò un colpo, di morti nemmeno l'ombra.
A meno che non si vada indietro al 774 quando i soldati di Carlo Magno massacrarono i fedeli del duca d'Aumont.
Oppure più appresso ai giorni nostri, quando tra il 1943 e il 1945 un gruppo delle Fiamme Verdi combatteva la resistenza contro i nazifascisti, la Battaglia del Mortirolo è ritenuta la maggiore battaglia combattuta in Italia da partigiani.
Senza andare troppo lontano, poco tempo fa siamo saliti anche noi al Mortirolo, con l'idea di salire una bella cresta innevata, bella facile: il Monte Pagano.
Da Monno in pochi chilometri siamo al Ponte Palù (1630 mt), dove parcheggiamo. Poi su lungo la selvaggia e verdissima Val Varadega, sprofondando qua e là nei pantani alimentati dal torrente.
Giunti alla strada che porta dal Passo del Mortirolo al Pianaccio la imbocchiamo verso destra, l'asfalto non disturba perché da qui in poi si cammina sempre sulla neve.
Camminando nella nebbia sempre più fitta raggiungiamo Malga Salina bassa (2144 mt).
Comincia a piovigginare.
Ancora un po' lungo la strada innevata, ora il passo si fa un po' più incerto perchè la neve è più alta, abbandoniamo la strada salendo il ripido pendio nord del Monta Pagano, che ci condurrà alla cresta finale.
La nebbia ci toglie il piacere del panorama, che possiamo solo immaginare, ma ben presto siamo all'attacco della cresta.
La cresta è poco affilata, anche se con molta neve, temevamo peggio, si lascia salire.
La fatica si fa sentire e con la nebbia che non permette di vedere più in la di 5 metri Ci chiediamo se raggiungeremo la vetta, stiamo per rinunciare, ma poi la nebbia si dirada un po', forse la cima è lì a due passi, proseguiamo ancora.
La cima c'è ( 2348 metri ), e il suo sinistro muro di cinta pure.
Un mucchio di pietre con una bandiera è posto sul punto più alto della montagna.
Felici ci apprestiamo a scendere per lo stesso percorso, il gruppo si sgrana in due gruppetti di due persone, io e Omar più avanti e poi più attardati Bertoldo e Luca.
Lo spazio d'aria tra un banco di nebbia e l'altro, il minimo sufficiente per gettare uno sguardo a destra, a sud, e Omar mi dice che c'è qualcuno.
Io ho gli occhiali incrostati di ghiaccio ma ci vedo, strabuzzo gli occhi e qualcosa c'è...
Vedo un sagoma, pare di una persona, e si sposta dalla mia destra alla mia sinistra, allontanandosi.
Sarà ad una distanza di dieci metri e barcolla un po' mentre si sposta, il passo comunque è svelto.
Riesco a distinguere un grosso zaino con due oggetti allungati che sporgono, le braccia, o quello che mi sembrano le braccia, a penzoloni.
Poi la nebbia si infittisce e non vedo più nulla, chiedo a Omar cosa ha visto, mi dice un uomo con degli sci in spalle, o forse dei bastoni, ma non ha visto bene.
Di nuovo uno sprazzo sgombro di nebbia, è ancora lì, ma si è spostato più lontano, è quasi invisibile a quella distanza.
Lo chiamo ad alta voce, saluto, mi deve sentire per forza a quella distanza!
Ma niente, sparisce di nuovo nella nebbia per non comparire più, il cielo è già stato troppo clemente,
Ci raggiungono Luca e Bertoldo, non hanno visto nulla, sarà stata una roccia, ci dicono.
E poi, è impossibile che una persona cammini lì nella neve, senza lasciare alcuna impronta, e soprattutto, sull'orlo del precipizio, che dalla cima del Monta Pagano precipita giù quasi verticale.
Sconcerto, e poi dubbio insolubile, ma bisogna ancora scendere.
Percorriamo in discesa tutta la cresta, ma io ci penso ancora.
In poco tempo siamo già alla macchina, possiamo rientrare.
L'altopiano può tornare al suo cupo silenzio, noi ce ne andiamo.
Per altri mesi sulla montagna non salirà nessuno, e solo il cadere immutato dei fiocchi di neve e le gelide raffiche di vento scuoteranno il forte sulla vetta, testimone di pietra di gente che è passata e che, talvolta, ancora passa.

Mi piace pensare che, forse, con la nostra presenza, almeno per un giorno, abbiamo fatto compagnia a qualcuno.

 

 

Fatto!
di Gölem

Ci sono salito sopra.
Finalmente.
Io avevo sempre pensato, fin da piccolo quando lo avevo visto dal basso, solitario tra le nuvole, che un giorno lo avrei salito, e che poi avrei anche potuto smetterla di alzarmi presto al mattino, di sfacchinare per ore sui sentieri, perché tanto ormai il più era fatto.
Chissà, forse avrei anche potuto iniziare a fare dell'altro.
Magari, mi sarebbe piaciuto imparare a portare una barca, a sciare oppure anche solo a dipingerle, le mie montagne. E che ci poteva essere di meglio da fare nella testa di un ragazzino che ama la montagna? Cosa ci poteva essere di più sublime e grandioso ed eterno del mio svettante Campanile?
Forse qualche volta ho anche giurato che era l'ultima volta che mi ficcavo nei pasticci, per i monti, sotto un acquazzone o oggrappato con le unghie e con i denti alle rocce, ma con la testa già in macchina o sotto la doccia.
Ma sì, l'ho anche mandata a quel paese la montagna, lei e tutte quelle sue magnifiche vette disseminate per le Alpi. L' ho maledetta, e lei ogni volta mi perdonava quando la domenica con le orecchie basse per la vergogna tornavo a calcare i suoi sentieri. Ho detto che fatto quello ne avrei avuto abbastanza.
Però ho mentito.
Credo che andrò avanti ancora un po' ad andare per monti, dopotutto.
 

 

Grazie Socio!
di Omar

Faceva freddo quel giorno.
Eri ridicolo con la nebbia congelata sul passamontagna blu. Già, ridicolo perché non vedevo la mia faccia raffreddata e stanca. C'era ancora un poco da salire e la neve cominciava ad essere farinosa, troppo farinosa e sotto gli scarponi mancava spesso l'appoggio sicuro.
Eppure si saliva ancora.
Va bene rinunciare una volta ad una cima. Ma rinunciarci due volte nel giro di pochi giorni sarebbe stato umiliante…
Quindi si saliva, ancora un po'. Magari poi migliora, magari siamo quasi arrivati, magari il sentiero diventa più agevole, magari la neve diventa più dura e sicura, magari…
Già, magari invece peggiora. E peggiora…
Cosa facciamo? Non mi piace questa sensazione di scivolare ad ogni passo. Guarda a sinistra, se parto qui, non mi fermo più! Però la zona mi piaceva e piaceva anche a te. Pareva di essere in dolomiti. La nebbia adesso andava e veniva. In fondo abbiamo sempre sognato situazioni un po' così… Che sogni da str...
Non preoccuparti, ci siamo, guarda l'altimetro. Dovremmo esserci.
Capita spesso che ci si rilassi, che si creda di essere fuori dai casini, che ormai sia fatta. Con quale sesto o settimo senso poi? Alla mia sinistra il pendio era ripido. Ripido è dire poco e mentre ci camminavamo accanto pensavo che a casa mia faceva caldo, alla macchina mi aspettava la classica nostra torta, che il giorno dopo tornavo in caserma. O forse ricordo male e non pensavo a tutto questo, forse pensavo solo di andarmene da lì.
Volo…
Verso sinistra…
Ma perché verso sinistra…?
Perché non in avanti o a destra…?
Lo sapevo, te l'ho appena detto che…
Scusatemi, scusami se ho sbagliato ad appoggiare il piede, scusami se sto scivolando verso chissà cosa.
Vedo le rocce però sotto di me, le avevo viste prima mentre salivamo, e dopo le rocce c'era il vuoto. Merda il vuoto…Che vergogna. Scivolare così, su questa neve, su questo sentiero , in mezzo a queste montagne quasi di casa, a questa quota, in questo punto, in questo istante.
Vergogna di cosa non lo so. Eppure scivolo... verso sinistra. Sinistra... pendi ripido... rocce... vuoto... vergogna... torta... caserma...
Non si pensa a niente in certi momenti. Credo...
Manovra di auto-arresto un corno. La neve era molto fredda e così polverosa da entrare ovunque. Sembravo una tartaruga capovolta con il mio zaino-guscio.
Non era più bello lì. Non era come in dolomiti. Non c'era più nessuno accanto a me.
Caz... non scivolo, non volo, non rocce, non vuoto.
Qualcosa dall'alto mi trattiene. Cosa cavolo mi trattiene…Cosa mi separa da quello che ormai era il mio pendio, le mie rocce, il mio vuoto?
Muoviti!! Non ce la faccio più!!
La voce viene dall'alto, un po' ridicola camuffata dietro un passamontagna blu mezzo congelato.
Giro la testa all'indietro e, capovolto, vedo un braccio che trattiene il mio zaino. Sopra c'è solo la nebbia, fitta ora. Molto fitta.
Muoviti!!
Lasciatemi godere questo momento, per un decimo di secondo ancora. Lasciatemi pensare che anche oggi tornerò, grazie ad un braccio. Arranco all'indietro sul mio pendio, annaspo nella neve farinosa e scivolosa, risalgo verso il sentiero coperto dalla stessa neve che mi ha tradito.
Sono seduto in mezzo a questa neve fredda e traditrice, su questo monte che mi voleva fregare, tra questa nebbia che mi odia, schiaffeggiato da un vento che non mi voleva più, non mi accarezzava come altre volte. Tutta colpa della neve, del ghiaccio, degli scarponi, del vento…O forse è solo colpa mia?
Grazie socio…
Ricominciamo a salire.

 

Ecco la verità!
di Nuvolarossa

Ciao, sono Cristina!
Ho saputo che durante la tua lunga permanenza in sud America Matteo ti ha scritto molto a mio riguardo.
Ho saputo che ti ha raccontato di quando ci siamo conosciuti, quell'uggiosa giornata passata girando sotto la pioggia e il freddo tra i monumenti di Firenze, ma diventata molto solare quando ho incontrato lui, il mio Grande Amore!!!
Ho saputo che ti ha raccontato dei due bellissimi giorni successivi, prima che lui ripartisse per Bergamo, quando cercavamo scuse per sottrarci ai vostri amici e ai musei che restavano da visitare per poter passare qualche ora assieme.
Ho saputo che ti ha raccontato di tutti i week-end in cui lui, molto teneramente, si recava da me a Siena per passare del tempo assieme nonostante la lontananza…qui nel mio agriturismo, dove sicuramente già si pensava ad un posto per te al momento del tuo rientro.
Ho saputo che ti ha raccontato dei nostri momenti critici, perché in tutte le storie ci sono dei momenti critici. Specialmente quando, ad aumentare questi rischi, c'è la lontananza ed una ragazza che per quanto amore provasse non era disposta a viaggiare così tanto.
Ho saputo che ti ha anche raccontato della nostra rottura! eh si, perché alla fine, forse eravamo troppo diversi, o forse semplicemente troppo lontani….
Ed anche dei vari tentativi di riappacificare gli animi, tra i quali quello famoso con un incontro giovanile a Roma col Papa!
Ho saputo infine che ti ha anche raccontato che io sono stato il frutto di una birra di troppo tra i tuoi amici, successivamente alimentato dalla voglia di tenerti sulle spine fino al tuo rientro per dirti che:
Io non esisto!!!

 

La ragazza delle mutandine
di Gölem

Pioveva a dirotto quel giorno di estate, eppure, per una qualche ragione, si era partiti lo stesso da Brescia, e, peggio, dal rifugio Bedole dove avevamo parcheggiato.
No, il tempo consigliava di infilarsi in una delle numerose buone trattorie del Trentino, o di tornarsene mestamente a casa.
Però l'Adamello era una cima per noi ambita, il puntino più irriverente e più baldanzoso che avevamo disegnato già nel lontano 2000 sulla Mappa dell'ufficio OBS al Distretto (*).
Andava fatto, volenti o nolenti, e poi, magari, il giorno successivo avrebbe fatto bello.
Partiti dunque dal rifugio Collini al Bedole, l'idea era di tirare dritto fino al rifugio della Lobbia, ma era chiaro fin dal principio che non ce l'avremmo fatta, troppo tardi, troppa pioggia, nebbia sul ghiacciaio finale.
Arriviamo - si pensava - fino al rifugio Città di Trento al Mandrone, e poi l'indomani mattina presto via per il tappone finale (che si rivelò poi essere, al ritorno, la nostra Ritirata in Russia).
Il sentiero che sale al Mandrone è molto bello e panoramico, in un bel bosco di larici nella parte bassa e poi sui pascoli che digradano verso il fondovalle nella parte alta, dove ci si affaccia sulle tre Lobbie e sulla lingua terminale del Ghiacciaio del Mandrone, approssimandosi al rifugio.
La caratteristica principale del sentiero tuttavia sono i tornanti, centinaia di tornanti secchi.
Non finiscono mai, soprattutto quando piove e hai l'acqua fredda che ti entra da tutte le parti, colando sul collo a sotto le ascelle ai piedi.
Mi trascinavo per i tornanti pensando alla cena che ci aspettava al rifugio, mentre per la condensa creata dalla mantella ero bagnato anche sotto la stessa, in faccia gli occhiali appannati, sulla testa i capelli appiccicati.
Omar se ne era andato in fuga, lasciandomi indietro ad arrancare.
E' furbo questo ragazzone, deve avere pensato che se fa più in fretta si bagna di meno...
Ma come mai io che mi sento pure abbastanza intelligente non riesco ad andare più forte di così?
Fa niente, avanti
Tanto mi aspetterà più avanti, forse.
E infatti mi ha aspettato.
Lo becco parecchio oltre, fermo sul sentiero, poco prima del rifugio.
Dal sentiero, sotto l'acqua, sta scendendo qualcuno.
Raggiungo il compare mentre questi arrivano da lui.
Omar è immobile e li guarda passare; io come lui non mi riesco a muovere, della pioggia battente non me ne frega più nulla.
Era un ragazzo sui 25 anni, altro di lui non ricordo.
Mi ricordo bene invece della sua morosa.
Sì, perché era una bellissima ragazza, ma soprattutto perché era mezza nuda.
Indossava una magliettina bianca completamente bagnata dalla pioggia, e, sotto, niente di meno che delle graziose mutandine.
Bianche, e ovviamente bagnate pure loro.
E' passata via come un alito di vento, infreddolita e con un bel sorrisino mentre mi salutava, e dietro il pirla del suo moroso.
Mentre passava io guardavo, mentre guardavo lei passava.
Poi è passata, e svoltata una curva è uscita dalla mia vita.
Guardo l'Omar che non ha ancora chiuso la bocca, se non la chiude in fretta annega, visto l'acqua che viene giù.
"Hai visto", gli faccio, "era nuda".
"Ma... perché ?"
Ci sono domande alle quali non si può rispondere.
Devi prendere atto dello stato delle cose e tirare avanti.
Così noi abbiamo fatto.
Siamo partiti di buona lena e il rifugio ben presto era raggiunto.
Mai corso così forte...

(*) Gölem e Omar hanno dato inizio (forse e inconsapevolmente) alle prime uscite dei Sass Balòss, annoiandosi insieme a morte nell'Ufficio Obiettori del distretto Militare di Milano, dove facevano servizio di leva come fanti dell'Esercito Italiano.
La Cartina, che riporta il timbro originale del Ufficio Comando, fu realizzata fotocopiando e incollando (a spese dello Stato) le varie cartine che erano alloggiate nei cassetti del Caporale Brumana e del sol. Losio, ed è un cimelio storico che è conservato presso il domicilio dell'Omar, sul quale ancora annota le uscite.
 

 

Indignato speciale
di Will

Quando uno di noi ha bisogno di cambiare l'acqua al proprio pesciolino generalmente usufruisce della prima pianticella che trova sul sentiero.
Ricordo bene quel giorno a Zermatt quando Gölem cercava disperatamente un alberello, ma si accontentò del grande masso posto sulla sinistra del sentiero. Prima di aprire i condotti dell'acqua il suo occhio cadde su dei piccoli fogli (forse rilegati) che sbucavano dalla base della roccia. La sua mente pensò a tutto. “Forse mi trovo davanti ad un testamento, forse si tratta di un diario scritto da qualche ragazza per il suo uomo, forse un quaderno di scuola di qualche ragazzino con un brutto voto”. La sua mente era sicuramente confusa e impegnata ad immaginare. Passarono dei minuti prima che Gölem smise di sognare ad occhi aperti e si abbassò per indagare meglio sul contenuto di quei fogli.
Io e Luca eravamo indietro perché impegnati a fare riprese e fotografare con l'allora quasi nuova macchina fotografica digitale di Luca, ma vedevamo benissimo i nostri due soci. Vicino a Gölem c'era Omar che iniziava a preoccuparsi per gli strani comportamenti del suo fedele socio. Tuttavia si meravigliò quando Gölem lo chiamò con tono molto scherzoso: “Omar guarda cosa ho trovato”. “Che cosa si potrà mai trovare sugli alti pascoli svizzeri sotto ad una roccia?” Pensò Omar. Una rivista fu la risposta. Era una semplice rivista per adulti scritta rigorosamente in tedesco (lingua sconosciuta a noi Sass).
Mentre loro due iniziarono a sfogliarla e a fare apprezzamenti sulle belle ragazze che posavano, arrivammo anche io e Luca con passo non troppo veloce. Perbacco! Fu la nostra esclamazione.
Dopo un brevissimo consulto decidemmo di non continuare a sporcare in montagna. E' il nostro spirito naturalistico. Così affidarono a me il materiale da smaltire. Per evitare di perdere altro tempo pregai Luca di mettermi la rivista nella tasca frontale dello zaino.
Riprendemmo a camminare e intanto fantasticavamo su chi potesse aver fatto uso di quelli che a Gölem erano sembrati dei semplici fogli colorati.
Un discorso tira l'altro e pian pianino, mentre perdevano quota e iniziavamo ad addentrarci nel paese incontravamo qualche villeggiante che dopo il nostro passaggio iniziava a ridere. “Vai a capirli gli stranieri” dissi io senza farmi notare da altri. Intanto Gölem e Luca avevano aumentato il passo e io ero rimasto dietro con Omar. Il traffico pedonale turistico del sentiero (ormai divenuto strada) era aumentato e tutte le persone dopo il nostro superamento iniziavano a ridere. Che cosa avevamo noi di tanto comico?
La risposta arrivò quando alle porte del paese, Luca, Omar e Gölem mi sollecitarono quasi con le forze a togliere lo zaino per fare una fotografia. A quel punto fu tutto chiaro, è come il bambino che si perde in un labirinto e all'improvviso vede l'uscita. Tutto tornava. Sotto le cinghie dello zaino, trionfante e incurante della pubblica figuraccia, faceva bella vista di sé il giornaletto crucco e vigliacco.
Solo ora ripensandoci riesco a sorridere.

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Testaman
di Gölem

Vi siete mai chiesti il motivo per il quale in tutte le nostre uscite, alcune anche particolarmente impegnative per le nostre pessime competenze alpinistiche, siamo sempre ritornati a casa illesi senza neppure un graffio?
A volte ci siamo anche trovati un po' nei pasticci, e abbiamo temuto per la nostra incolumità. Sapete, i monti sono belli ma spesso anche ostili. Ci sono rocce strapiombanti, massi in bilico, pendii traditori, valanghe sull'orlo del baratro, torrenti impetuosi, ma soprattutto ghiaccio, tanto ghiaccio.
Pur andando per valle oscura noi non temiamo alcun male, perché sempre Lui ci è vicino, e vigila sui nostri passi.
Le sue apparizioni si contano sulle dita di una mano, ma ognuna di esse è un evento che ha del miracoloso, e sul terreno dove mosse i suoi passi pure in inverno crescono i fiori.
La prima, anni fa ormai, testimoni sbigottiti i Sass Balòss.
Un enorme pilastro di ghiaccio (almeno di 5 centimetri ) sbarrava la strada dei suddetti, ormai allo stremo delle forze.
Lui, sicuro e impetuoso è giunto e con una testata sulla possente colata l' ha ridotta in frantumi.
Poi, incurante dei ringraziamenti e delle suppliche dei giovani, ha abbandonato il posto, forse per portare i suoi poteri al servizio di altri poveri disgraziati.
Poi di nuovo, un inverno, al margine del sentiero v'era un ruscello semicoperto dalla neve, e, pericolo estremo, una spessa crosta di ghiaccio granitico ricopriva le acque che scorrevano al di sotto.
Il momento era critico, bastava una scivolata fuori dalla strada, con conseguente caduta nel torrente, e la crosta di ghiaccio avrebbe potuto rompersi facendo bagnare i piedi del malcapitato, o, peggio, fargli picchiare la testa o le ginocchia.
Ancora dal nulla si è materializzato Lui, due falcate possenti ed era già inginocchiato sull'orlo dello strato di ghiaccio, un colpo di reni e la coltre era rotta.
Eravamo ancora salvi.
La più recente delle sue manifestazioni in terra elvetica, di ritorno da una escursione nella neve.
Con orrore notammo di fianco alla mulattiera un blocco di neve alto almeno un metro, appoggiato sul pendio a monte della strada, poteva staccarsi e precipitare nel lago sottostante, facendolo tracimare e cancellando in pochi secondi la ridente località di Zermatt.
Nessuno di noi aveva il coraggio anche solo di guardare quella nevosa mina vagante, in bilico come una spada di Damocle sulla testa di tanti cittadini indifesi.
Un fruscio alle nostre spalle e Lui era arrivato, lo sapevamo tutti.
Il suo passamontagna, spadone di tante battaglie, stava di nuovo per fare il suo dovere.
Una rincorsa solo accennata, e il mucchio di neve era frantumato, drago inerme e vinto di un tempo che non fa più paura.
“Non fuggire, dicci almeno il tuo nome…” è tutto quello che riuscimmo a dire.
“Testaman è il mio nome, e questi sono i grandi poteri di cui dispongo, se volete vi apro pure noci e noccioline a testate”
E poi via, verso il vento, non lo abbiamo più rivisto.

N.B.
Questa testimonianza l' ho raccolta dalle parole dei miei soci presenti assieme a me alle apparizioni, perché in seguito ad ogni comparsa di Testaman, venivo rinvenuto confuso ed in stato di choc. Sono una persona molto emotiva!

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Attese e ritorni
di Omar

Lo sapevo che saresti tornato.
Torni sempre… tu.
Stavo giusto pensando che, dall'ultima volta, era passato già troppo tempo, e non è da te starmi così lontano.
Ma cosa ci fai ancora qui? Dopo tutti questi anni.
Ti stavo aspettando però…Ho riconosciuto i tuoi passi mentre ti avvicinavi lentamente e in silenzio a me. Mentre sfioravi i miei fianchi, mentre mi guardavi incuriosito anche questa volta, così come tante altre.
Ci siamo incontrati mille volte ormai, eppure ogni volta è proprio come la prima.
Ti ho visto mentre guardavi i punti miei più nascosti, gli angoli più intimi e poi mi sfioravi dolcemente.
Non ricordo più quante volte hai dormito fra le mie braccia, non conto più le volte che hai voluto accarezzarmi piano, quasi con timore.
Dici sempre che ti manco eppure io sono sempre qui, non mi muovo mai. E mai potrei andarmene da te…
O forse sì…
Mi hai visto sotto tutti i miei aspetti, fredda come la neve, completamente nuda a volte, colorata e profumata, calda ed assetata. E ti sono sempre piaciuta, come a pochi altri…forse come a nessuno.
Eppure non è sempre stato così: abbiamo anche litigato, per colpa tua ovviamente, perché io non posso avere colpe, io sono fatta così, mi conosci bene…
E quelle volte mi hai insultato, quasi maledetto; mi hai detto che non saresti più tornato.
Avrei potuto cacciarti per sempre da me o tenerti talmente stretto da non farti tornare a casa mai più.
Ma sono sempre stata buona con te e lo sarò ancora.
Voglio che tu torni da me, voglio averti sopra di me, leggero come quelle foglie che in autunno mi ricoprono. Voglio sentire i tuoi silenzi mentre mi guardi da lontano. Voglio che mi tocchi, che mi annusi, voglio ascoltare ancora il tuo respiro affannoso su di me. Voglio sentirti tremare dal freddo e sudare dal caldo, e tacere…tacere di fronte ad un mio tramonto. E avere paura immerso nelle mie nebbie, vederti sognare sotto le mie fronde.
Ti vedo bene adesso, ti vedo salire verso me, arrancare sui miei sentieri…
Lo sapevo che saresti tornato.

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Voolaareee... oh oh
di Omar

Cosa volete?
In fondo anche Icaro è caduto. Malamente tra l'altro.
Tutti cadono, almeno una volta.
Noi Sass no.
Noi si vola. Malamente a volte, ma sempre con dignità e stile.
Chiedetelo al sottoscritto, caduto…scusate, volato da una falesia di 6 metri e fermatosi a 20 cm dal suolo, così, all'improvviso, senza accennare al dramma disperato che si stava consumando. Senza nemmeno avvisare il compagno che faceva sicura ai piedi della paretina. Compagno, tra l'altro, palesemente distratto dalle coscette di qualche benedetta figliola appesa chissà dove… Sarebbe stato troppo banale e poco elegante gridare qualcosa come cadooo! ehm… scusate… volooo! Tutti si sarebbero accorti… no, no, ci vuole dignità. Una spolveratina ai vestiti e su di nuovo… che stile, che tecnica, che sprezzo del pericolo… che paura!
Oppure domandate all'altro che, perse le forze con la sinistra, si teneva solo con i piedi e la destra. Persi gli appoggi per i piedi, si teneva solo con la destra. Perso l'appiglio con la destra, si teneva solo con la…testa! “Mi tengo con la testa! La testa!… Ce la faccio!… Ahhh!!!” Giù! Ma dopo ogni estremo tentativo. Fino alla fine si è eroicamente ancorato con la testa… e che testa. Poi è caduto… scusate, volato… tra gli applausi. Da quel giorno ci si ricorda sempre che per arrampicare serve la testa…
E cosa dire di quello che, sul pendio ghiacciato, decide per qualche recondito e sadomasochistico motivo, di lasciarsi cadere… scusate volare verso valle? Al grido di “Bloccatemiiii bastardiiii!!!!” lo vediamo scivolare a velocità stratosferica verso le basse quote, legato a noi da una sottile corda da 9mm bagnatissima e scivolosissima. Immaginatevi lo shock nelle zone sue più intime quando la corda è entrata in tensione e lo strappo si è ripercosso sull'imbrago… Che stile! Che velocità! Che mal di palle!!
Poi c'è quello che non cade… scusate, non vola mai. Già perché lui è troppo bravo per volare, troppo abile nell'arrampicare, nel procedere sul ghiaccio più ripido e duro, sul sentiero più infido e sconnesso, troppo sicuro di sé per perdere l'equilibrio sulle tracce più esili. Fa niente se poi il super eroe inciampa miseramente su una innocente e timida roccetta affiorante da mezzo metro di neve, si proietta in avanti e con elegante movimento di un piede ramponatissimo va a lacerare in maniera irreparabile i suoi nuovissimi pantaloni invernali. Nulla di grave direte voi, cose che succedono… Apriti cielo! Quel giorno c'era molta nebbia e i suoni erano ovattati, ma d'improvviso una serie di imprecazioni contro tutto e tutti si levava dell'ugola dorata dell'eroe. Venivano così chiamati in causa, nell'ordine: Santi del calendario (nessuno escluso), Angeli del cielo, Beati del paradiso, Venerabili in via di canonizzazione, Papi rispettabilissimi, Madonne, Re Magi, pastori, pecorelle smarrite, lucine di Natale e tutto un corollario mai udito da orecchio umano… Che stile, che voce, che acuti… Piccolo particolare, per qualcuno ininfluente, il prezzo dei pantaloni: 275 euro netto cassa!
Non sarebbe finita qui, ma è meglio lasciare perdere molti altri tentativi di imitare Icaro, che in fondo è pure lui caduto.
Ma sono sicuro che da qualche parte, in qualche valle sperduta o su qualche monte sentirete: che stile! che coraggio! che volo!… che figure di m…

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La morte può attendere
di Will
racconto dedicato ai miei più veri amici: Omar, Guglielmo e Luca

Era il giorno dopo Natale. Tutte le persone approfittano di questa giornata per concedersi ancora un po' di svacco. Quasi tutti a pranzo mangiano i succosi avanzi di quello che era stato il giorno precendente un pranzo di lusso degno del ristorante Vittorio di Bergamo. Invece noi Sassi cosa facciamo il 26 dicembre? Ci incamminiamo verso il bivacco Occhi in Val Grande. Molti amici mi hanno definito un pazzo quando ho accennato loro il progetto. Ma forse mi avevano assegnato quel titolo perché vedevano in quello che facevo un qualcosa che li affascinava, ma che non avevano il coraggio di esprimere.
Noi Sass in compagnia di Marcello, un amico di Gölem, nel pomeriggio di Venerdì 26 dicembre 2003 ci siamo incamminati verso il bivacco Occhi dove avremmo trascorso la nottata. Trovammo nel bivacco anche altri due alpinisti e con loro tentammo di reperire un po' di legna per riscaldare il soggiorno. Andammo a dormire piuttosto presto, dopo aver cenato con una pasta al pesto. L'indomani la sveglia di Luca suonò alle 5 e 40, ma l'unica persona che fu in grado di scendere velocemente dal letto fu Marcello.
Nonostante la sveglia mattutina, tra la preparazione della colazione e la nostra non iniziammo a camminare prima delle 7 e 30. Destinazione il passo di Pietra Rossa. Il sentiero era tutto coperto dalla neve e il nostro orientamento era basato su una cartina, sull'altimetro di Omar e sui nostri occhi. Dopo aver camminato per più di un'ora individuammo una ripida salita. Identificammo in quel canalone ricoperto di neve la via corretta per raggiungere il passo ( 3000 metri circa). Dopo aver cominciato la salita, ci aveva raggiunto uno dei due alpinisti che aveva bivaccato con noi la notte precedente e ci informò dell'errato sentiero, ma ci aveva rassicurato dicendoci che già altre persone avevano salito il canale.
Continuammo la salita senza grandi preoccupazioni. Marcello apriva la strada ed io in compagnia di Gölem la chiudevo. Invitai più volte il mio amico a proseguire e rassicurandolo che con la calma anch'io avrei raggiunto il passo. Ogni volta la risposta di Guglielmo era sempre la stessa: “Bertoldo se io ti aspetto fatico di meno, quindi non preoccuparti”.
E' un amico e un amico sa come non farti pesare i tuoi difetti.
A fatica dopo essere stato colpito più volte da crampi nelle gambe raggiunsi quello che a noi era parso il passo. In realtà l'apparenza mi aveva per l'ennesima volta ingannato. Infatti dopo qualche metro pianeggiante riprendeva la salita verso una vetta di cui ancora oggi non conosco il nome.
L'altimetro di Omar segnava 2970 metri di altitudine e il mio cervello era in grado di stabilire che non avevo le forze per andare oltre.
Comunicai a Gölem la mia decisione di fermarmi a riposare. Lui acconsentì e proseguì la sua salita.
I miei occhi furono in grado di identificare un grande sasso che avrebbe dovuto proteggermi dal forte vento. Iniziai a fatica a camminare verso quell'obiettivo. Non so bene cosa successe in quel momento, ma le mie forze cedettero improvvisamente e caddi (fortunatamente) verso il pianoro. Non so dire né quanto tempo stetti sdraiato su quella neve gelida, né quali fossero le immagini che passarono davanti a me.
Quando mi ripresi trovai le forze per togliere dallo zaino l'ultimo bicchiere di te caldo che mi era rimasto e la giacca a vento.
Mi diedi da fare e riuscii a rialzarmi. Avevo nel frattempo localizzato il grande masso che avrebbe dovuto proteggermi dal vento. Non feci più di tre passi che il mio corpo sprofondò nella neve fino all'altezza del bacino. Ero nuovamente bloccato e i crampi iniziarono a mettermi nuovamente fuori uso. Carico di rabbia per quello che stava succedendo, riuscii a trovare la forza per muovermi e per uscire da quel buco. Ma solo dopo 3 tentativi e un nuovo buco nelle ghette riuscii ad alzarmi.
Rinunciai (!) a raggiungere il masso e mi sedetti con lo sguardo verso l'orizzonte. Le mie gambe erano rannicchiate modello sepoltura fenicia e le braccia stavano accovacciate sopra le ginocchia. Persi nuovamente la cognizione del tempo e iniziai a percepire freddo in tutte le parti del corpo. Nelle mie gambe c'erano ancora crampi fortissimi. I miei compagni notarono che la mia posizione era indifferente da un po' di tempo e iniziarono a chiamarmi e a provocarmi. Ma nonostante io li sentissi non ero in grado di voltarmi. O meglio il mio cervello non era in grado di muovere i miei muscoli. Riuscivo a malapena a muovere la lingua e risposi più volte a tono basso alle provocazioni di Luca, Omar e Guglielmo.
Si preoccuparono al mio silenzio e arrivarono in fretta e furia da me. Mi trovarono incapace di muovermi, di prendere sagge decisioni e in uno stato di totale abbandono e di desiderio di vita. “Avviatevi voi, io vi raggiungo tra pochi minuti” era la frase più idiota che ero riuscito a pronunciare nel giro di pochi minuti.
Luca mi incoraggiò a suo modo ad alzarmi e a muovermi. Omar iniziò a fare massaggi alle mie gambe colpite dai crampi. Quello che stava accadendo aveva lasciato di stucco Marcello. Che alla sua prima uscita con noi non avrebbe mai immaginato di assistere ad una scena del genere.
Riuscii finalmente a riacquistare l'uso delle gambe, mentre quello delle mani rimaneva solo un desiderio. Inutile fu il tentativo di Omar di mettermi i sovra-guanti. A questo punto rimaneva solo da affrontare il canalone di discesa.
Nel film “le ali della libertà” il protagonista ad un certo punto dice all'amico: “In un carcere o fai di tutto per vivere o fai di tutto per morire”. Io a mio modo mi trovavo nella stessa situazione. O lottavo per la vita o mi lasciavo morire. I miei più fedeli amici mi avevano aiutato a lottare. A questo punto sarebbe toccato a me vincere la guerra. Non so come trovai la forza fisica per affrontare quel canalone in discesa con alcuni tratti con pendenza del 45° e di come arrivai a fondovalle senza precipitare. Ma ricordo con gioia e limpidezza l'aiuto che ho ricevuto. Ricordo con tristezza di aver perso la voglia di combattere. Al termine del canalone la mano sinistra era ancora fuori uso, ma la destra iniziava a rispondere bene. Camminai con le lacrime agli occhi fino al bivacco dove riacquistai perfettamente l'uso di tutte le parti del corpo e lo dimostrò la discesa fino alla macchina. Durante la discesa i miei compagni capirono che mi ero effettivamente ripreso e questo sicuramente li tranquillizzò.
Tornai a casa e non dissi nulla ai miei genitori per evitare inutili discussioni sulle mie uscite in montagna, ma raccontai a tutti i miei conoscenti di come Omar, Luca e Guglielmo mi avevano aiutato.
Ho continuato ad andare in montagna a camminare dopo quell'evento per essere sicuro di essere vivo.

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Il canalone
di Omar

Alzo la testa e vedo il Marcello davanti a me o meglio 10 metri sopra di me.
La abbasso e guardando tra le gambe stanche, vedo il Luca 30 metri sotto. Poi due puntini, lontani, che salgono, ancora zigzagando, perché la pendenza non è ancora eccessiva per loro, ma lo diventerà fra poco.
Quanto manca per uscire da sto' canale nevoso? Non riesco a capirlo, sembra che ci siano ancora una cinquantina di metri e poi basta, poi pianura, poi relax. Sto pensando già a sdraiarmi nella neve fredda per riposare un po' quando rialzo per la millesima volta la testa e mancano ancora 50 metri…ma non è possibile…sembrava finito…Tra porconi indicibili e sbuffi da ippopotamo grasso riesco a sbucare su quella che è la fine di questo lunghissimo canalone.
Sorpresa: c'è ancora da salire! Non in maniera così ripida ma si sale ancora. Un attimo di esitazione, guardo il Marcello, mio odierno eroe, e riprendo a salire verso la vetta che non raggiungeremo mai e che beffarda ci sorride 150 metri più su. Di questi 150 metri ne facciamo poco più di 100. Poi si scende. Troppo pericoloso l'ultimo tratto di cresta rocciosa coperta di cornici nevose e ghiaccio.
Intanto il Luca e il Losio, a loro volta, sono spuntati dal canalone, facce stanche e soddisfatte e salgono verso l'inafferrabile vetta. Li vedo arrancare nella neve alta fin oltre il ginocchio.
Ma manca qualcuno. Dove è l'ultimo puntino che vedevo lontano, circa un ora prima? Dove è finito l'ultimo dei pazzi che anziché riempirsi la panza come ogni cristiano che si rispetti il giorno dopo Natale, decide di farsi 3 ore nella neve e per di più al buio, raggiunge uno sperduto e gelido bivacco e il giorno dopo, contro ogni logica non sadomasochistica, si inerpica per uno scivolo nevoso quasi verticale per vedere cosa c'è oltre?
Quali reconditi e misteriosi motivi portano un tranquillo e pacioso ragazzo a sfidare freddo, vento, crampi alle gambe, geloni alle mani, dolori di stomaco, tra l'altro fastidiosi per i vicini, insonnia, levatacce ad orari ai quali i comuni mortali sono ancora avvolti dalle nebbie di Morfeo?
Si vince forse qualcosa di prezioso, si diviene forse eroi per una bella e desiderata ragazza che aspetta nostre buone nuove? Si ottengono sconti ai supermercati o lasciapassare per code chilometriche da sfruttare l'estate prossima?
Macché, nulla di tutto questo…le uniche cose che il nostro giovanotto si porterà a casa, saranno un terribile mal di gambe, un sano raffreddore, qualche incubo notturno, un appetito insoddisfatto con contorno di emicranie da super-sforzo…
Eppure quel giovane sale, e continua a salire finché lo regge il coraggio, la determinazione, la voglia di vedere cosa c'è oltre, la paura di non farcela. Sale perché è l'unica possibilità che gli resta.
Sale con i polpacci che sembrano di cemento e le mani che stringono forte la piccozza, novella spada contro chissà quali nemici, sale perché sa che può farcela ancora una volta, sale perché in fondo è quello che vuole con tutte le sue forze,…sale perché altrimenti lo prendiamo per il culo per una settimana…!
Bravo! Penso quando lo vedo sorgere dal pendio. Adesso puoi riposarti un attimo…Ho detto un attimo! No, non così…esagerato…non serve rotolarsi nella neve tipo tartaruga ribaltata che non riesce più a capovolgersi. Va bè, per stavolta te lo concediamo…Rotolati nella tua neve fredda e pensa che è tutto finito, tutto passato, anche questa volta. Pensa al rifugio che ti aspetta, pensa al thè caldo che ti berrai fra poco, pensa alla discesa…
Noo! La discesa!! Hai guardato la pendenza del canalone? Ti ricordi che è più difficile scendere che salire? E se scivoli? Minchia! Pensa positivo, pensa al thè caldo…cavoli non c'era più legna al bivacco, quindi niente thè, ma vaff…
E allora ti vedo sederti triste nella neve, voltare la schiena a tutto e tutti.
Ti chiamiamo 10, 100 volte ma niente da fare, non rispondi. Nemmeno un cenno. Lo sconforto ti ha preso e quasi dormi nel gelo.
Quattro porconi, due spinte e ti tiriamo in piedi. Qualcuno ti fa un massaggio alle gambe intorpidite, ma non basta, allora qualcuno ti fa un massaggino in zone proibite… e ti ribelli, quindi è tutto a posto…
Ormai sei pronto… giù. Con la calma, a gambero, piccozza stretta nella mano gelata e giù.
Bravo ragazzo, anche questa volta barcolli…ma non molli…

 

Grazie Trezzo!
di Will

Non c'è nulla come Tikal (Guatemala). Imponenti piramidi s'innalzano al di sopra della verde volta della giungla per catturare il sole; scimmie urlatrici si dondolano rumorose sugli alberi antichi mentre pappagalli dai vivaci colori saltano di ramo in ramo emettendo rauche grida. Quando il canoro gorgheggio di qualche misterioso uccello della giungla non riempie l'aria, il rumore di fondo è dato dal gracidio delle raganelle. Certamente l'aspetto più straordinario di Tikal è costituito dai suoi templi scoscesi alti più di 44 metri , ma Tikal è diverso d Chichén Itzà, da Uxmal, da Copàn e dalla maggior parte dei grandi siti Maya in quanto si trova nel cuore della giungla.
Tikal ora è invasa solo da turisti. Se quelle piramidi potessero parlare ci racconterebbero tante storie di vita quotidiana dei nostri predecessori… io invece posso solo raccontarvi di come Luca è sopravvissuto alle terribili insidie della giungla.
Luca era solito indossare sandali da 20 euro per visitare i siti archeologici, io invece un po' più prevenuto indossavo quasi sempre scarponcini da montagna. Il Messico e il Guatemala sono ricchi di piramidi Maya e spesso ci capitava di salire per ammirare il panorama. A Tikal però le piramidi sono inghiottite dagli alberi e spesse volte i loro gradini rivestiti da muschi.
Con lo spirito da Sass Balòss spesso salivamo anche su piramidi apparentemente insignificanti. Ma nel primo pomeriggio di martedì 3 febbraio 2004 mentre Luca stava scendendo da una piramide, i muschi fecero barcollare l'eroico alpinista che non poté fare altro che scivolare lungo i gradini. Lui, un uomo da sesto grado che stava precipitando da una piramide che ad esagerare sarà stata di II° grado. Non potevo credere ai miei occhi per quello che stava succedendo. A fianco a me giaceva un altro turista italiano e una guida locale. Anche loro ammirarono la scivolata con la bocca spalancata. Stavamo tutti pensando al peggio, anche se l'altezza del mio amico non superava i 7 metri dal terreno.
Luca stupì tutti. In quei pochi secondi di scivolata fu in grado di identificare una piccola fessura nei gradini della piramide e in meno che non si dica vi introdusse una o forse due dita. Allenato dalle insidie della falesia di Trezzo d'Adda (Milano), il giovane spostò tutta la sua forza in quelle dita che sembravano poter reggere altre tre persone. Nessuno applaudi quando in ragazzo toccò terra con i piedi, salvando così il suo delicato fondoschiena, ma la guida raccontò al giovane di come altre persone erano morte per una caduta simile.
Luca assaporò la sconfitta della piramide, mi chiese il silenzio stampa dietro minaccia, ma ancora oggi non intendo rispettarlo. Un giorno gli passerà. Ne sono sicuro.

 

Meglio tardi che mai...
di Omar

Non bisognerebbe mai togliere la gabbietta troppo presto.
Le conseguenze sono spesso irreparabili.
E così successe anche quella volta.
Aspettare è sempre un po' fastidioso e l'ansia a volte porta a pessimi risultati.
Fatto sta che qualche secondo prima del dovuto, partirono i primi tappi, così…senza che nessuno potesse opporsi alla dirompente forza della pressione. A nulla valsero sforzi immani e ingiurie contro il vigoroso sughero esplosivo.
Se chiedessimo ad un enologo o ad un fisico, ci spiegherebbe il misfatto parlando di variazioni di temperatura e conseguente liberazione di anidride carbonica, di complicate curve di espansione dei gas e leggi della termodinamica. A me piace pensare che sia solo una vendetta delle bottiglie abbandonate per mesi in una buia cantina e poi coccolate per pochi istanti prima di abusare del loro contenuto…
Solo i saggi tolsero carta e gabbietta nei tempi adatti, ma anche questi non furono puntuali e festeggiarono con qualche secondo di ritardo.
Tralasciamo poi un piccolissimo particolare: nessuno aveva, comunque, un orologio sincronizzato con il resto del mondo, visto che guardando dalla finestra, mezza valle era già avvolta dai fuochi d'artificio mentre noi si stava ancora litigando sui secondi mancanti alla mezzanotte…
Fuori, intanto, la notte era serena come poche altre e il metro di neve fresco appena caduto dava un aspetto fantastico e ovattato alla montagna che ci circondava.
Dentro, il rifugio era caldo e rumoroso, le canzoni stonatissime e scoordinate rimbalzavano contro le pareti indifese e ormai stanche delle nostre grida, dei nostri brindisi, dei nostri auguri.
Ma non si stava solo festeggiando…
Qualcuno lavorava di nascosto.
Giochi di sguardi, di mezze frasi, di atteggiamenti distaccati. Tecniche sopraffine di corteggiamento che solo la futura preda poteva cogliere.
Tutti gli altri non poterono accorgersi della sottile tela tessuta tra tavoli e cameroni. Tela destinata a dolce cacciagione.
Distraetevi o cari amici, distraetevi e non pensate a loro…Bevete pure dai vostri allegri calici. Lasciate ad altri le prime timide effusioni. Non pensate a provvidenziali coperte e luci soffuse, a profumi di legno e tepori di guance vicine.
Pensiamo ai nostri panettoni, ridiamo alle nostre battute, chiudiamo un poco gli occhi sotto il penso delle nostre fatiche quotidiane, lasciamo a loro altri pensieri, altre parole…altre fatiche…
C'era poi chi, non avvezzo a queste situazioni, si trovò in grosse difficoltà, causate forse dall'eccessiva presenza femminile. Noi Sass, non abituati a tutto quel ben di Dio, rimanemmo un po' così, a guardarci fra noi, a domandarci cosa fare, come agire. Non tutti a dire il vero…
E come sempre, quando non si riesce a scegliere, si finisce per non concludere nulla. Eppure sarebbe bastato poco, un po' più di gentilezza, di saperci fare, di accontentarsi…forse meno alcol nelle vene avrebbe risolto tutto…
La serata passò veloce, tra risate, boccate d'aria fresca, fotografie scandalose, belle Babbe Natale, bicchieri sempre vuoti e palle di neve.
Venne anche l'ora di dormire…più o meno…
E di svegliarsi, di abbuffarsi alla colazione per recuperare energie spese nel migliore dei modi, di fare due passi nella neve fredda a alta.
Scendemmo a valle nel primo pomeriggio, ma in quel luogo qualcuno lasciò qualcosa, un rimorso, un bacio rubato, un bacio mancato, un risveglio in dolce compagnia.
Torneremo, forse, un giorno in un posto simile, ma non sarà più come quella volta, non ci sarà più quella neve, quelle coperte, quel bacio rubato, e quello mancato…
Mi spiace…davvero. Ma ci saranno altri bicchieri con cui brindare, altre ragazze vestite da Babbo Natale da abbracciare, altre motoslitte bloccate nella neve da spingere, altri viaggi da progettare, altri baci da ricevere e da dare.
Auguri a tutti…

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La Maledizione della croce spezzata
di Gölem

E' accaduto un fatto straordinario.
Uno di quelli che cambiano inesorabilmente il corso delle cose.
E successa una cosa il cui solo ricordo mi fa ancora accapponare la pelle.
C'era una croce sulla Corna de Caì, un simbolo consueto sulle nostre vette, un compagno di escursioni, a volte un comodo poggia schiena, altre ancora l'ultima sosta della via.
C'era una Croce scolpita nel marmo, probabilmente quello bianco di
Botticino, così splendente ed immacolato.
C'era una Croce che lì era stata posta, sicuramente con solenne benedizione, ai piedi di un altare anch'esso in marmo, incurante delle intemperie, eterno, sacro.
Un bel giorno la croce era lì tra le nevi di marzo dell'altipiano delle
Cariadeghe.
Il giorno dopo siamo arrivati noi, o meglio, è arrivato il Bertoldo.
Raggiunta la cima della simpatica montagnola, Bertoldo, ormai famoso per la sua pietà (!!!), non ha potuto non pensare ad un gesto di devozione.
Io mi sarei potuto aspettare un rutto, o un altro possibile e accidentale rumore molesto, sono cose che capitano.
Invece l'imponderabile stava per accadere sotto i nostri occhi, e noi impotenti non siamo riusciti a muovere neppure un dito per salvare con un colpo di reni il nostro destino a quel punto in bilico. Sembrava quasi volesse cogliere un fiore, mentre toccava la croce con le sue
piccole manine (!!!), sembrava un gesto riverente.
Per un po' la croce pareva che reggesse, poi invece era chiaro a tutti che la croce era rotta, estirpata, spezzata, abbattuta, sradicata, non esiste il termine adatto.
Lo sconforto è caduto su di noi, e la disperazione, ovattata dalla coltre di neve, ha schiantato in un istante le nostre speranze per il domani.
Lui, il Sacrilego, se ne è rimasto lì a bocca aperta, ma già in cuor suo
sapeva cosa aveva fatto dei nostri destini.
Lui, Sass imprudente e oramai dannato, con un gesto scriteriato ci aveva rovinati tutti.
La Croce Mozza è stata deposta sull'altare, a fissare il cielo percorso da rapidi nembi neri: anch'esso oramai non prometteva nulla di buono.
La discesa è stata un calvario, solo che invece di portare noi la Croce, era la Croce a portare noi.
Siamo stati condotti per sentieri inesistenti, tramortiti da rami caduti da chissà dove, sprofondati negli inferi fradici di neve.
Io ho addirittura visto qualcosa che mi sembrava la Madonna.
Se ne stava appollaiata sul ramo di un grosso castagno visibilmente
alterata, e cantando un vecchio motivetto degli alpini beveva qualcosa da una fiaschetta, come quella dei cani San Bernardo.
Io sto ancora relativamente bene, ma da un po' mi va tutto storto.
Non sto a darvi tutti i dettagli, ma si tratta di cose antipatiche e devastanti, non le auguro a nessuno. Omar non da più segni di sé da giorni ormai, e a dirla tutta non ho grandi speranze di salire ancora in futuro i monti con lui. Bertoldo credo abbia ormai perso del tutto la ragione, è ancora vivo, ma da amico preferirei forse che non fosse più tra noi.
Non lo avevo mai visto in quello stato, che definirei di limbo tra l'essere umano senziente ed il non-morto Stokeriano.
Credo che ora desideri il suicidio.
Ora non so per quanto la mia esistenza si protrarrà ancora, non importa.
I Sass stanno uniti fino alla fine.
Io ti perdono Bertoldo, tuttavia, vedi di andare a cagare!!!

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Ricordi felini
di Omar

Certo che siete molto strani voi esseri umani.
Me lo diceva sempre la mia povera mamma (pace alle sette anime sue) di non fidarmi mai di voi, specialmente dei vicentini. Cosa fossero poi questi vicentini, non l'ho mai capito... forse una razza particolarmente aggressiva e famelica del genere umano...
Ed io, da bravo cucciolo, ho sempre seguito questo consiglio.
Quasi sempre...
Almeno fino a circa due anni fa, quando, nel mio girovagare senza sosta né meta, mi ritrovai in un posto bellissimo immerso tra le montagne. Un posto senza strade. Qui non c'erano quelle strane cose metalliche che gli uomini usano per spostarsi e migrare tutti in massa chissà dove, uno dietro l'altro.
Quelle cose che più di una volta hanno aggredito e ucciso alcuni dei miei fratellini.
In quel posto mi trovai benissimo, pace, silenzio, molti amici con cui giocare e qualche amichetta con cui fare un po' le fusa, ma questi sono particolari che non vi possono interessare...
Qui incontravo spesso gli esseri umani ed ogni volta correvo a nascondermi, mi arrampicavo sugli alberi o mi appiattivo sul terreno in mezzo all'erba fresca e non respiravo per la paura.
Non che ne vedessi moltissimi, ma in alcuni periodi dell'anno, specialmente in quelli caldi, alcuni branchi di uomini transitavano verso i monti e poi tornavano qualche ora dopo, spesso urlanti e rumorosi, a volte anche con i loro cuccioli piangenti.
Nella stagione fredda, invece, ne passavano pochissimi, con grande piacere per le mie coronarie. E' chiaro che quando fa freddo, anche gli uomini vanno in letargo, proprio come le mie amiche marmotte. Non so dove si infilino a dormire, ma prima o poi lo scoprirò…
Pochissimi, ma qualcuno, raramente, lo notavo arrancare in mezzo a quella polvere fredda e bianca che cade dal cielo nella stagione brutta.
E così capitò anche quel giorno, quando, da lontano, riconobbi due esseri umani avvicinarsi lentamente risalendo la vallata.
Si vedeva che avevano già cambiato il pelo, avevano quello adatto al freddo e apparivano, così, più grossi di quello che in realtà sono nella stagione calda, quando sono coperti solo da una pelliccia corta e strana che lascia scoperte le zampe e a volte anche quasi tutto il corpo.
Mi dissi: “Basta! Sono grande ormai... è ora di guardare da vicino questi uomini dall'andatura ridicola, che si muovono su due sole zampe e, quindi, probabilmente imparentati con le galline, ma stranamente mancanti di ali.”
Mi nascosi dietro ad un masso come tanti e lì, aspettai che i due buffi esseri mi passassero accanto.
Il cuore mi batteva forte in gola, le orecchie erano dritte verso il rumore dei loro grossi e pesanti zoccoli, i baffi erano tesi a percepire vibrazioni nell'aria fredda del mattino.
Passarono accanto al masso senza neppure notarmi.
Rimasi quasi deluso da questo...
Mi ero immaginato un ben diverso comportamento.
Capii che erano dei pessimi predatori, anzi, mi sembravano molto affaticati e per nulla pericolosi. Annusai l'aria e percepii un certo odore strano, proprio mentre il primo dei due emetteva uno strano verso del tipo “Ho mollato...". Non so cosa potesse significare nel misterioso linguaggio umano una tale espressione, ma il risultato fù che l'altro umano si mise ad imprecare violentemente e fuggì al galoppo in avanti trattenendo il respiro... chissà quale forza deve avere un verso del genere...
Decisi, incoscientemente, di uscire allo scoperto, di mostrarmi a loro, di vedere come avrebbero reagito.
Con un balzo li raggiunsi e li superai, piazzandomi così davanti alla loro strada.
Si fermarono entrambi guardandomi con occhi stupiti. Quello dietro, che sembrava più alto, non che fosse proprio alto, mi mostrò i denti, ma non in atteggiamento di sfida, anzi sembrava divertito dalla mia presenza e cercò perfino di catturarmi... aveva però una pessima agilità e sfuggirgli fu facilissimo.
L'altro, più magro e con strani cerchi metallici attorno agli occhi, si fermò e si tolse una specie di guscio dal dorso, lo aprì e tolse del cibo (che siano simili anche ai cammelli...?) che inizio a sgranocchiare. Il profumo del cibo arrivò subito al mio naso e fui tentato di avvicinarmi, ma vatti a fidare di questi bipedi. Con gran voracità il primo dei due si avventò sul cibo del compagno e ne strappò un pezzo. Non devono essere animali molto sociali...
Ripartirono verso i monti ed io li seguii per una bel pezzo di strada. Mi erano simpatici e sentii che parlavano di un posto chiamato “rifugiobrasca” o “rivuciobrasca”. Conosco perfettamente quella zona, ci vado spesso e decisi di spiegare anche a loro la giusta via. Non so se capirono perfettamente quello che dissi loro, anche perché apparivano un po' sperduti e mi fecero tenerezza.
Mentre camminavamo affiancati, ascoltavo i loro versi e i loro canti. Probabilmente si trovavano nella stagione degli amori e stavano chiamando le loro femmine…con però scarsi risultati...
Decisi di lasciarli al loro destino... che se la cavassero da soli...
Si allontanarono continuando a voltarsi in cerca del mio aiuto, ma ormai dovevano arrangiarsi. Li vidi sparire dietro una enorme roccia e non li incontri mai più.
A volte, nei giorni freddi penso ancora a quei due esseri umani.
Mi piacerebbe incontrarli di nuovo, forse in qualche altra valle, magari gli farei conoscere i miei cuccioli e potrei dirgli che grazie a loro adesso non ho più paura degli uomini. Forse mi mancano anche un po'...
Firmato: Il Gatto della Val Codera

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L'importante è tornare a casa
di Omar

Ci sono giorni in cui bisognerebbe spegnere la sveglia e continuare a dormire.
Anche se la voglia di alzarsi e partire è tanta, tantissima.
Bisognerebbe resistere a qualunque tentazione. Dormire. Solo dormire. Il resto risulterebbe pericoloso…
Sono, queste, le famose giornate storte o sbagliate che dir si voglia.
Solitamente ci si accorge delle giornate storte dopo un paio di eventi…diciamo sfortunati che ti capitano in poco tempo. Può succedere di andare al lavoro e trovare traffico, arrivare in ritardo e, al momento di timbrare, venire sorpresi dal capo. A qualcun altro può accadere di perdere le chiavi della macchina e, contemporaneamente, vedere scaricarsi il cellulare per poter chiamare la moglie. Cose , tra virgolette, normali, che capitano un po' a tutti.
Io credo che le giornate storte siano causate da nostri piccoli e all'apparenza insignificanti errori. Talmente piccoli da ritenerli inesistenti, innocui, involontari e a volte voluti.
Anche io mi accorsi che quello non era il mio giorno fortunato. Me ne accorsi troppo tardi, quando ormai la sveglia era già suonata, ero già uscito di casa ed avevo già iniziato ad arrampicare, così come tante altre volte.
Avevo, purtroppo, fatto anch'io i miei simpatici errorini. Non lo sapevo, ma li avevo fatti.
Adesso che ci ripenso, tutto iniziò con la brillante idea di alleggerire il mio zaino: mettiamoci solo lo stretto indispensabile… pensai.
Il tempo mi sembrava ottimale per una scelta geniale: portare solo mezzo litro d'acqua. In un solo colpo risparmiavo alle mie spalle un bel chilo e mezzo… primo errore. Orgoglioso della mia scelta, prosegui nell'alleggerimento dello zaino. Via tutto l'equipaggiamento contro il freddo, via i cibi pesanti, via i suppellettili da emergenza (pile, telefonini, stringhe di ricambio, cremine varie…). Proprio mentre stavo per gongolarmi della mia astuzia, ecco arrivare il colpo di teatro che solo i geni incompresi possono avere: cambio di zaino. Decido di riciclare un vecchio zainetto da scuola, leggerissimo, coloratissimo, bellissimo, con un solo piccolo difetto: vecchissimo. E poi mi dava fiducia, così pieno di ricordi… e i ricordi non pesano un bel nulla…secondo errore.
Scriveva Foscolo che gli avversi numi sono sempre in agguato, un po' come una spada di Damocle sopra le nostre testoline. Quella mattina decisero di manifestarsi in un momento preciso, in quello peggiore per il sottoscritto. Non lungo un tranquillo sentiero o un facile tratto di roccette. Ma nel bel mezzo di un diedro unto e verticale. Ero attaccato alla roccia tipo cozza, con ogni mio arto teso al massimo per allungarmi ancora quel centimetro sufficiente a raggiungere l'appiglio sopra. Ero concentrato sulla roccia e sul movimento successivo. Cercavo di mantenere l'equilibrio faticosamente raggiunto spostando il peso delicatamente. Delicatamente. Concentrazione. Sicurezza. Respiro. Alzo il braccio sinistro, cambio la presa con la mano destra, alzo il piede sinistro…si strappa lo spallaccio dello zainetto…quello pieno di ricordi!!!
L'equilibrio va a farsi benedire. Tutto il lavoro fatto va con lui…Ingiurie irripetibili…
Cerco di recuperare affannosamente una condizione accettabile, ma lo zainetto rompe le palle. Lui e i suoi ricordi penzolano dalla mia spalla destra. Sotto di me ci sono circa 150 metri di rocce e non sarebbe un buon volo per lui e soprattutto per il mio portafoglio.
Con immani sforzi, e grazie al mio compagno di cordata che blocca la corda, riesco a legare lo spallaccio dello zainetto con un cordino e, con una manovra da far impallidire Mc Giver, salvo il salvabile.
Riprendo a salire con il fiatone, raggiungo il Bertoldo comodamente assicurato ad un chiodo proprio nel passaggio chiave del diedro. Per superarlo, mi invento degli appigli inesistenti sopra la sua ingombrante figura. Ormai il cuore è alle stelle, il respiro è da cavallo al galoppo e lo spasmo muscolare è leggermente frenetico. Cado come un salame, giù nel vuoto che mi richiama avidamente assieme al mio zainetto riparato e sempre più zeppo di ricordi. Grazie alla corda, che è piuttosto elastica, non avverto nessun colpo, se non fosse per il mio ginocchio che decide di sfidare la roccia e la prende a testate…vince ovviamente la roccia a mani basse. Risultato: ginocchio gonfio, dolore lancinante e roccia baldanzosamente intatta.
Tutte le mie maledizioni vengono sparse dal vento che sale dal lago di Lecco e riempiono l'aria attorno a noi.
Eroico, riprendo a salire, più con la rabbia che con altro.
Un paio di soste più in alto stavo tranquillamente curando le mie ferite, non solo fisiche ma anche mentali. Ero al sicuro, il compagno già assicurato, aspettavo solo il comando per partire. Nessuna voce provenne dall'alto, nessun avviso. Mi arrivò così, da una ventina di metri sopra la testa. Cadere sulla roccia sarebbe stato troppo traumatico, poverino, deve essergli sembrato migliore un atterraggio sul mio povero pollice sinistro. Fu così che quel simpatico sasso fece il suo incontro con la mia mano. Il Luca rise, ma capì subito che non fu proprio una cosa piacevole per me. Lo capì dalle gentili paroline che uscirono dalla mia bocca e dal colorito bluastro che assunse il ditone.
Cominciai ad avere sospetto che qualcuno remasse contro. Vi prego portatemi a casa fu il mio pensiero per qualche minuto. Ma non lo dissi…
Decidemmo, più tardi, di scendere, visto l'ora tarda e le difficoltà che incontravamo continuamente.
Preparammo le corde per la discesa e iniziammo la mesta ritirata.
Percepii solo il sibilo acuto e, immediatamente dopo, lo schianto violento circa 20 cm a sinistra della mia ignara spalla. Non vidi questo secondo sasso. Ma potei intuire la sua dimensione dal rumore spaventoso, dalla temperatura che raggiunse il mio sangue nelle vene e dal silenzio improvviso che mi circondò per pochi secondi mentre osservavo le facce spaventate dei miei compagni.
Andiamo a casa, pensai…e lo dissi…
Giunsi alla conclusione che contro certe sfortune non serva il coraggio e non basti nemmeno la speranza.
Giù, quindi, veloci e decisi.
Il resto della discesa fu funestato da piccolissimi problemini, ma ormai nulla poteva spaventarmi più. Accettavo passivamente tutto quello che mi succedeva. Misteriose piante urticanti mi ustionarono le braccia con conseguente prurito per giorni, piante spinose mi graffiarono senza rispetto ogni cm quadrato di pelle, Bertoldi pesantissimi mi schiacciarono piedi doloranti nelle scarpette strettissime.
E molto altro che non ricordo.
Venni deriso per buona parte del viaggio di rientro ed avevano ragione.
Io me ne rimasi zitto e buono evitando ogni tipo di conflitto; avrei potuto peggiorare le cose attirando sfortune sulla nostra povera auto.
Preferii pensare al giorno successivo…
Tanto, pensai, arriverò a casa… prima o poi.

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Non Sense
di Omar

Credo che il mio gatto stia dormendo ancora a quest'ora... beato lui.
Mi piacerebbe poterlo accarezzare adesso, sentire le sue fusa...
Sinistra, mi pare sia a sinistra.
La prossima volta vado a letto prima. Devo smetterla di andare a letto alle tre e poi essere mezzo rincoglionito la mattina... Oggi non è difficile, però sono mezzo stordito; e poi basta birra. Meglio una bibita...
Dove passa? Va beh... io lo seguo, poi vediamo...
No, la bibita è da fighetti. Facciamo così: solo una birra, non due. Adesso che fa caldo la birra è l'ideale...
Caldo un fico secco, guarda che pelle d'oca... sarà questo vento gelido che viene giù da non capisco dove...
Il concerto non era male, però 13 euro sono esagerati... manco fosse Bob Dylan. Poi dicono che la musica è dei poveri... almeno i Mercanti di Liquori erano gratis e cantavano anche bene...
Spettacolo questo bosco! Piano ragazzi... sono scoppiato!
Non ricordo a che ora arrivo a Londra... secondo me bisogna fare di corsa per prendere il volo per Dublino. Speriamo che la macchina sia bella, con la sfiga che ho non avrà nemmeno l'autoradio. L'importante è che non piova troppo, sennò immagino le lamentele di qualcuno per i capelli che si arricciano...
Finalmente un po' di discesa, così, bella, tranquilla, su questo terreno morbido. Sì però perdiamo quota e poi si deve risalire. Che palle!
Quel costone mi ricorda quella volta in Val Grande. Si somigliano molto queste due... cavoli quasi mi ammazzo! Devo guardare dove metto i piedi mica stare con il naso all'insù. Il Coppola me l'ha detto una volta che quasi si uccide perché era distratto. Mi ricordo anche quella volta del Losio che su un sentiero banale si è graffiato tutto, inciampando in un sasso...
A cosa stavo pensando...? Arrivo... arrivo, tranquilli che sono stanco ma non mollo... forse...
Stasera, quando torno, mi mangio un chilo di gelato, ho voglia di gelato... pistacchio e panna...
Però adesso mi fermo e bevo, no, lascia perdere. Se mi fermo non parto più!
Credo che degli amici si dovrebbero dire di più... se uno ha un problema, lo deve dire, tanto, se non ne parla mica lo risolve... soprattutto se il problema è con qualcuno. Io ne parlerei. Io ascolterei uno che ha un problema. Se è mio amico cerco di aiutarlo, magari non ci riesco, ma ci provo... Di sicuro non ci riesco...
Pistacchio e nocciola forse è meglio...
Mi piace ridere con loro, magari a volte ci incazziamo, però di solito si ride, si parla e ci si prende per il culo... sto bene...
Lo sapevo che tornava a risalire. Tra l'altro fuori dal bosco adesso si sbocca di caldo. Dove è finito il venticello di prima? Ecco, ci mancavano le mosche... no che cavolo sono? tafani... odio i tafani. Via da qui!
Al mare bisognerebbe andare d'estate, non a fare fatica. Almeno al mare ci sono le ragazze, qui, non se ne vede una. Nemmeno brutta...
Lunedì spero che non ci sia casino sul lavoro, adesso si è calmata un po'. Sono stanco di fare dieci ore al giorno. Voglio andare a casa presto anche io e magari prendere più soldi. Mi farei delle belle ferie l'anno prossimo.
Se faccio 13 compro tutta l'attrezzatura super leggera... basta sti' fardelli sulla schiena. Voglio lo sherpa che mi porta lo zaino!! Cazzo, lo pago!
Ecco là il rifugio. Manca una cifra di strada, sembra lì, ma non credo manchino meno di due ore. Guarda che faccia che hanno gli altri. Non sono l'unico scoppiato.
Si capisce che qualcuno è arrabbiato, non è come al solito.
Non ho mai pensato che ci siano periodi belli e periodi brutti... il bello e il brutto si mischiano, vanno e vengono, si scontrano. A volte sei allegro, altre c'è un problema. L'importante è accettare questo fatto. Ci annoieremmo se fosse sempre tutto bello. Anche fra amici è così...
Non ho mai capito le magliette che non ti fanno sudare e nemmeno gli zaini con il sistema cooling per la schiena. Secondo me se sudi... sudi e basta.
Esagerato questo cavo metallico, non serve a nulla, tranne a rovinare il sentiero. Però quando c'è il ghiaccio viene utile. Sì, col ghiaccio è pericoloso.
Quanto mancherà ancora? Non più di un'ora, spero. Sono almeno tre ore che camminiamo, la relazione diceva poco più di quattro ore per il rifugio e cinque per la vetta, ma non so se oggi vado fino in fondo... forse, però, se riposo al rifugio, mangio qualcosa e mi passa la crisi.
Cosa hanno detto? Si sale? Fino in cima? Ti pareva!
Bella compagnia... si sale. Ancora una volta...
E' meno faticoso di come pensassi.
C'è qualcuno triste, si vede lontano un chilometro. Ci vorrebbe il mio gatto terapeutico. Quando lo accarezzo mi passa il nervoso. La prossima volta lo porto... al guinzaglio. Minimo graffia tutti... altro che antistress.
Giù, adesso, di corsa. Comincia a fare fresco e quelle nuvole là in fondo fanno presto ad arrivare qua. Ecco, inizia a piovere. Tutto cinema: ha già smesso...
Bello anche il panorama…anche se non conosco nemmeno una cima. Meno male che c'è sempre qualcuno che le riconosce...
Sono sicuro che passerà anche questa... i malumori passano. Gli amici restano, se li sai tenere vicini.
Ho deciso: ...pistacchio e fiordilatte.

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Delirio
di Will

Dopo una notte insonne passata a contare i lenti secondi e a lottare con i miei fantasmi e le mie paure, giunte le prime luci dell'alba ho abbandonato la camera e mi sono diretto verso l'uscita del rifugio. Un placido silenzio regnava nel caldo ambiente. Il mio scontro con la scura stufa sfuggita ai miei occhi ha sicuramente destato preoccupazione su tutto il pianerottolo.
Sono sbucato dalla piccola porta del rifugio e con passo lento mi sono seduto sulle roccette vicine al tricolore italiano. Gli unici rumori percepibili dalle mie orecchie erano i leggeri cinguettii degli uccelli che insonni (come me) svolazzavano da un sasso all'altro. Il sole sorgeva lento all'orizzonte. La solitudine della montagna mi regalava momenti unici.
Amo la montagna e la sua solitudine. Odio la solitudine cittadina. Ogni giorno è una lotta contro le solitudini. In montagna stando in silenzio dialoghi con l'Onnipotente. In città il silenzio ti avvolge e fa comparire i tuoi fantasmi e le tue paure. È una guerra senza fine. A volte vinci qualche battaglia. La maggior parte perdi. È una guerra con infinite battaglie.
Mai una bandiera bianca, mai una tregua. Tutto è un tormento. Lottare contro qualcuno che non conosci, lottare contro qualcuno che non vedi.
Sono pazzo. Ormai ne ho la certezza. Posso solo cantare canzoni ad alta voce giusto per spaventare i fantasmi che ho intorno. Ma loro tornano subito e mi sconfiggono.

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La Rompiscatole
di Omar

La domanda mi arriva a bruciapelo mentre mi sto trangugiando la meritata birretta serale: “…ma si può sapere cosa diavolo è un tiro?” Mi guardo attorno un po' sorpreso e spaesato. Il viso dell'inquisitore è quello innocente e un po' scocciato di un'amica bionda alla mia sinistra.
Cerco conforto nei dolcissimi occhi verdi della ragazza alla mia destra, ma non una parola viene in mio aiuto… nessuno che accenna a cambiare discorso.
Improvvisamente sembra che tutto il locale sia interessato alla risposta. “Ma fatevi i fatti vostri” penso guardandomi attorno. Nonostante l'attimo di pausa, la curiosa insiste. Non posso sottrarmi al dovere, devo spiegare il tutto.
Nessuno si immagini gesti al limite delle legalità con qualche sostanza stupefacente. Il tiro è, molto più semplicemente, in gergo alpinistico, la distanza percorsa da una cordata tra una sosta e l'altra durante un'arrampicata.
Tutto qui, penso io, nulla di più logico, semplice e chiaro.
Illuso.
“Una cordata cosa è? Scusa, ma non me ne intendo…” L'amica bionda comincia a starmi meno simpatica. Ma qui dovrei cavarmela meglio.
Spiego con calma che si tratta di 2 o 3 persone, legate alla stessa corda, oppure a due mezze corde, tramite un imbrago e che arrampicano lungo la stessa via.
Aiuto!
“Come la stessa via? E perché usate le corde tagliate a metà?”
OK, stiamo calmi. La colpa è mia. Lei è innocente, non conosce, quindi non posso fargliene una colpa.
Mi volto a destra e vedo che la ragazza con gli occhi verdi inizia a capire che qualcosa non funziona. Lei mi conosce e sa che potrei reagire in modo poco cortese. Mi giro nuovamente a sinistra per concludere tranquillamente l'interrogatorio di secondo grado.
“La via è l'itinerario scelto per salire su una parete rocciosa. Per arrivare in vetta possono esserci più itinerari, di diverso grado e lunghezza. Uno sceglie quello che vuole e lo percorre salendone i vari tiri…” La frase resta troncata a metà. “In che senso di diverso grado?”
Beh, qui siamo su terreno facile…chiarisco che il grado identifica la difficoltà dell'arrampicata.
“Chi stabilisce la difficoltà?”.
Semplice.
“Il primo che l'ha salita”.
“Ma non è un po' troppo soggettivo il giudizio? Se uno è bravo tenderà a sottovalutarla, viceversa se uno è un brocco…”
Brava, nulla da ridire.
Però comincio ad incazzarmi... Anche perché non riesco a ribattere alla giusta osservazione.
Mi arrampico sugli specchi spiegando che chi apre nuove vie è normalmente esperto e quindi l'esperienza porta ad una valutazione abbastanza esatta della difficoltà. Anche se spesso si incontrano errori di valutazione madornali, specie nelle vie classiche.
“ Cosa è una via classica?”
Ma vaffan...!
Taglio corto “Quelle vecchie aperte molti anni fa, quando si sfruttava la conformazione della parete per salirci sopra. Quindi lungo camini, diedri, fessure…” Non ho ancora finito la frase che già mi pento di quello che ho detto.
Infatti...
“Camini? Diedri? Fessure? Spiegati meglio”
Ohh, ma che cavolo vuole questa. Io stavo bevendo la mia birra, bello tranquillo e soddisfatto. Potrei mandarla a quel paese, ma il problema vero è che sono tutti curiosi e pare che prendano appunti tanto sono attenti e divertiti.
Sulle fessure ci siamo capiti al volo. Sui camini abbiamo avuto un po' di incomprensioni, ma nulla di grave. Sui diedri non c'è stato niente da fare.
Dopo circa 30 minuti di apnea alpinistica, sembra che il discorso si vada affievolendo, con mia enorme gioia. Forse anche perché un nugolo di belle figliole entrato nel locale ha distratto un po' tutti, e messo a tacere la parte maschile del tavolo.
Inossidabile la bionda torna però all'attacco.
“Quindi per salire una montagna si sceglie un itinerario, ci si lega in cordata, si arrampica con delle corde tagliate a metà e ci si ferma ogni tanto per fare una sosta.”
“Come corde tagliate a metà?”
“L'hai detto tu...”
“Ma va... le mezze corde sono due corde più sottili che si usano in coppia perché più leggere della corda intera e lasciano fare delle discese in doppia più lunghe”
“Ma se sono due peseranno di più di una... e poi cosa diavolo è la discesa doppia?”
Datemi un coltello che la uccido.
“Discesa in corda doppia non discese doppie!”
Ormai è guerra.
Con sguardi imploranti cerco aiuto. Ma nessuno, proprio nessuno mi capisce?
Mi rifiuto di spiegare anche questo e me la cavo con una descrizione sommaria della calata.
Con sorpresa incredibile sembra tutto chiaro fin da subito. Mi insospettisco e fiuto il tranello.
Adesso sono io che chiedo “cosa centra che ogni tanto si fa una sosta?”
Mi guarda con disprezzo e quasi mi aggredisce “Sei stato tu a parlare di soste lungo la salita. Cosa fate, vi fermate a mangiare, a fumare, a fare pipì?”
Secondo me mi prende per i fondelli…e la cosa mi irrita leggermente. Se non fosse per la carezza che sento sulla gamba destra le salterei al collo tipo puma bavoso e affamato.
Mi rilasso e illustro ad opera d'arte cosa sia e come si prepari una sosta. E già che ci sono chiarisco meglio anche la calata in doppia. Mi destreggio tra anelli cementati, cordini, fettucce, discensori di vario tipo, reversi, nodi Prusik, kevlar, regolazioni della velocità di discesa, comandi della cordata, pericolo di cadute sassi, differenze tra i diametri delle corde, usura dei materiali, lunghezza delle lounge, e quant'altro di complicato mi viene in mente.
La ragazza mi guarda con gli occhi sbarrati, non sa nemmeno più da che parte iniziare a fare domande, cerca aiuto, beve la sua bibita e alla fine, sconfitta, simula una telefonata urgentissima che deve fare immediatamente.
Torno a sorseggiare la mia birra, trionfante e soddisfatto come dopo un'arrampicata in dolomiti.
Nemmeno il tempo di fare il secondo sorso, che il tipo davanti a me mi guarda e... ”Posso farti una domanda?”
“Certo...”
“Ma cosa è un reverso?”
Mi alzo, guardo la ragazza dagli occhi verdi, anche lei si alza.
Sorridendo ce ne andiamo.

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Lacrime di San Lorenzo
di Gölem

Ancora nulla.
Mi avevano detto che il giorno dopo di stelle se ne vedono anche di più. Invece sono ancora qui ad aspettare di vedere la prima.
Eppure la valle è buia, hanno addirittura spento i fari del centro sportivo.
Gli ingredienti ci sono tutti perché ne venga fuori una bella serata: c'è la notte, complice e silenziosa; c'è la mangiata di pizzoccheri di qualche ora prima; c'è il torrente, che qui si allarga in un calmo laghetto; c'è il terreno, uno scivolo liscio di roccia che scende fino all'acqua, sembra fatto apposta per coricarvisi sopra; c'è la compagnia migliore che io possa avere.
Del desiderio da esprimere alla vista della stella non mi importa un tubo, voglio solo riuscire a vedere una cazzo di stella! Ecco, solo questo è il mio desiderio, e lo ho espresso in anticipo.
Cerco sul viso a pochi centimetri dal mio un cenno di conforto ma non serve: come tutti gli altri è puntato in su, ma non vi leggo il disappunto che so essere presente sul mio.
Bello prendere tutto quello che passa col sorriso sulle labbra, bello godere di quello che si ha senza cercare dell'altro, mi rassegno ben volentieri alla truffa sanlorenzina .
Nero pece nel cielo, stelle ce ne sono ma ferme, e si fanno beffe del mio vagare con lo sguardo. Allungo un braccio e mi stringo a tutto quanto tengo veramente. In due è comunque tutto più bello.
Eccola! Una traccia rapida e ben marcata, che vive appena il tempo di essere scorta. Ora è tutto davvero perfetto. Non ci credo, ma il desiderio lo ho espresso lo stesso.

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Tema: Una gita in compagnia di me stesso
di Gölem

Svolgimento:
Oggi sono salito in Maddalena.
Non avevo voglia di alzarmi presto al mattino, ultimamente dormo un po' poco.
Mi sono svegliato - come quasi sempre mi accade - nel bel mezzo di questa città, che solo ora, dopo la sbornia estiva, ricomincia a popolarsi. Nel serbatoio della macchina solo pochi litri, nelle gambe di benzina ce n'è anche meno.
Non so che mi prende nel pieno dell'estate, quest'anno ancora più dei precedenti: il guaio è che fa troppo caldo, poi le ferie sono giusto appena trascorse, dietro l'angolo ad intorpidirmi la mente e le membra.
È un'inedia antica, questo pascersi tiepido nelle lenzuola il tardo mattino, dalla quale volentieri io mi lascio vincere.
Oggi non ho nessuno che mi accompagni su per i monti. Ho voglia di farmi una bella pascolata.
L'avvicinamento è comodo e veloce: undici chilometri di curve e tornanti su strada asfaltata, uno scherzo per il motore della mia Fiesta!
Il grande piazzale nei pressi della cima è occupato solo da poche vetture, qualche famigliola in gita, e probabilmente qualche coppietta che la sera prima ha finito per addormentarsi.
Fa già più fresco mentre muovendo i primi passi getto un occhiata giù sul mucchio di strade e case gettato sulle pendici del monte.
Cammino con le mani in tasca mentre mastico la mia caramella preferita, scompaio nel fitto del bosco liberandomi della maglietta sudata.
Quello lì è il ramo traverso dove mi appendevo tanti anni fa, invece quello la in fondo è il tratto più impegnativo del sentiero, dove una volta sono scivolato: sorrido, la guida del CAI-TCI a causa della scivolosità con il bagnato, forse lo valuterebbe T+.
Uno sguardo alle pareti poco distanti: osservo ammirato le evoluzioni dell'arrampicatore di turno sul calcare, è su una via dura, ma forse oggi me la godrò di più io.
Il sentiero è breve e gradevole, e sbuca nei pressi di una pozza d'acqua, al centro di una radura, per poi proseguire oltre. Ma io ne ho già abbastanza, qui ho già tutto quello che voglio.
Mi sistemo in terra e guardo il cielo tra i rami dei castagni, le nuvole corrono rapide spazzate dal vento, e di tanto in tanto una foglia si stacca andando a planare sulla superficie dello stagno, scarabocchiandola di cerchi.
Mentre i minuti passano mi accorgo della presenza di una rana, se ne sta immobile in un giaciglio di fango, proprio sull'orlo della pozza. A tratti le gote le si gonfiano e posso vedere delle minuscole gocce di acqua che le scivolano sopra, potrei fissarla per ore. Invece lei, forse accortasi delle mie attenzioni, stacca un salto improvviso e si immerge sott'acqua, lasciandomi di nuovo solo, ma a me in fondo va benissimo così.
Oggi non ho proprio voglia di sprecare il mio tempo a fare qualcosa di utile o costruttivo, preferisco farlo fruttare dedicandomi a qualcosa di inutile e di fine a se stesso, come l'auto-compiacermi dello stare immobile e zitto nel fermo silenzio del bosco.
Le ore sono volate.
Mi rivesto in fretta e me ne torno alla macchina.
Di nuovo mi stupisco di quanto godimento mi possa dare lo stare a bassissima quota, camminando solo pochi minuti, e in totale assenza di difficoltà alpinistiche.
Mi piace la montagna, tutto il resto è di contorno.

 

Lo zaino del Pio
di Omar

Questa è una storia semplice. Una di quelle che si ascoltano facilmente, e altrettanto facilmente si dimenticano. Una di quelle storie che se ne potrebbero scrivere a centinaia, fatta da persone e cose semplici. Una storia che vale la pena raccontare: la storia dello Zaino del Pio.
Chi di voi, come me, passeggia per monti o si arrampica su pareti vertiginose, sa quanto uno zaino sia importante per la nostra piccola o grande avventura.
Nessuno vorrebbe mai abbandonare il proprio zaino. Eppure tutti prima o poi l'abbiamo fatto, ci siamo alleggeriti le spalle stanche da quel pesante fardello che ci bloccava il respiro e ci gravava nella mente prima ancora che nel fisico. L'abbiamo lasciato su un sasso, nella neve, in un prato ripido. Abbiamo raggiunto la cima, siamo discesi per riprendercelo nuovamente sulle spalle e abbiamo avuto i brividi per pochi secondi al suo contatto con la nostra schiena.
Anche il Pio quel giorno ansimava oltre misura a quasi 4000 Mt.. Non ne poteva più di salire, guardare in alto e salire ancora. Mancavano poche centinaia di metri alla croce e quel pendio ghiacciato era più ripido del solito. Il sudore, misto forse alle lacrime di rabbia, entrava negli occhi annebbiati. I primi terribili pensieri di vergognosa rinuncia si aggiravano nella sua mente satura di isole caraibiche, palme ondeggianti, sabbie calde e candidi seni al vento.
Il suggerimento che arrivava dall'alto quasi non veniva colto al volo, forse troppo logico per essere vero: “lascia giù lo zaino!”.
Gli occhi brillavano di gioia. La speranza di arrivare anche oggi là, dove pochi arrivano, si mischiava alla sensazione di sentirsi un traditore.
Eppure lo lasciava giù.
Lo sdraiava piano piano. Lo metteva al riparo dai blocchi di neve e ghiaccio che ogni tanto piovono dall'alto. Lo lasciava su quelle rocce che benevole e asciutte emergono dal ghiacciaio. Qualcuno giura di averlo visto mentre accarezzava il suo zaino e gli toglieva un po' di neve bagnata dal fondo.
Eppure lo abbandonava.
Uno zaino non ha occhi per vedere e orecchie per sentire, non ha bocca per chiamare o braccia per stringerci.
Ma uno zaino sente le nostre sensazioni, percepisce i nostri umori.
Lo Zaino del Pio, quel giorno, ha percepito che stava per essere lasciato solo.
Se avesse avuto occhi avrebbe pianto e le sue lacrime si sarebbero ghiacciate subito.
Se avesse avuto una bocca, avrebbe urlato di tornare da lui, l'avrebbe fatto con tutto il fiato che aveva nei polmoni; avrebbe chiamato fino allo stremo il suo compagno di avventure che si allontanava da quella roccia asciutta per andarsene chissà dove.
Se avesse avuto orecchie avrebbe sentito il vento freddo che fischiava tra lui e chi lo stava lasciando al suo destino.
Se avesse avuto le braccia, si sarebbe trascinato sulla neve e avrebbe raggiunto il traditore.
Se avesse avuto i piedi, lo avrebbe preso a calci in culo, quello sporco traditore.
Ma la cosa che più lo faceva stare male era che non capiva. Non capiva quella sua solitudine improvvisa, il gesto inconsueto del suo compagno. Cosa significava quella carezza? Adesso era sicuro, nessuno sarebbe più tornato e nessuno l'avrebbe mai più messo su spalle larghe e comode e gli avrebbe fatto provare la libertà di viaggiare per monti, sentire il senso di pace che c'era lassù.
Adesso era solo ed aveva freddo. Aveva avuto freddo alte volte, molte altre, ma stavolta era un freddo strano, mai provato. Si sentiva gelare dentro ed aveva paura.
Una paura fottuta.
Piano piano il sentimento di paura si stava trasformando in rabbia. Rabbia verso quel ragazzo che un bel giorno era entrato in un negozio e, davanti a tanti zaini, aveva scelto proprio lui. Lo aveva toccato, guardato, aperto e pesato, lo aveva studiato a fondo e alla fine lo aveva scelto in mezzo ad altre decine. Lo aveva fatto sentire speciale, così come si sente speciale una ragazza, scelta tra alte mille.
E proprio come una ragazza sedotta e abbandonata, si sentiva adesso. La rabbia lo stava facendo esplodere.
Ricordava perfettamente il caldo sul ghiacciaio dell'Adamello, il vento spaventoso del monte Cengledino, la nebbia densa come zucchero filato al monte Pagano, la pioggia incessante in Valcanale, i fulmini che lo facevano vibrare come corda di violino sullo spigolo del Badile. Ripensava ai prati caldi e morbidi del rifugio Gherardi, alle rocce taglienti e friabili come biscotti secchi sul Diavolo di Malgina, all'acqua fresca e blu del lago di Coca, al suono della campana del Campanile Basso. Si immaginava di nuovo sugli strapiombi della Val di Mello, tra i fiori dell'Arera, nella neve della Val Grande, appeso alla corda dopo la caduta al Medale.
Ma non era più là. Non era sdraiato accanto alla croce del monte Pegherolo, adagiato mollemente sulla vetta della Cima Grande, o addormentato fuori da qualche splendido e solitario bivacco dolomitico.
Non era più…Proprio in quel momento sentì un dolore lancinante ad un fianco. Qualcosa di pesante, appuntito e freddo lo aveva colpito all'improvviso, qualcosa precipitato dall'alto. Forse un grosso pezzo di ghiaccio si era schiantato su di lui, immobile, indifeso e solo. Si sentiva morire dal dolore. Anzi, probabilmente stava morendo. Non aveva mai pensato di poter morire, lui, così giovane e allegro, così pieno di speranze e di sogni. Con tutti quei posti da visitare sulle spalle di…
Sulle spalle di chi? Non c'erano più le spalle di nessuno, ormai.
Faceva sempre più freddo.
Il resto della storia non lo ricordo molto bene.
Ricordo però di aver visto una mano accarezzare quello zaino, ripulirlo da un po' di neve che lo ricopriva e levare un grosso pezzo di ghiaccio incastrato tra gli spallacci.
Ricordo di aver visto un ragazzo, con un sorriso grande così, caricarsi quello zaino sulle spalle. Quel ragazzo era il Pio.
Non lo posso giurare, forse ero troppo stanco, forse avevo fame, forse sete, o altro…ma sono sicuro che anche lo zaino sorridesse.
 

 

Uomini e pietre
di Gölem

Mi piacciono questi paesi sospesi sopra le valli, immutati ed ancora intatti come lo sono da secoli le creste montuose che gli fanno da quinte. Mi piace perdermi tra i loro muri incrostati di pitture vecchie, fioriti - se fa bello - di panni stesi al sole. Mi sembra familiare l'odore acre dei camini accesi, e quello dei covoni di fieno abbandonati a sporgere da questa piuttosto che da quella finestra. Sapete, a volte, quando piove, i sassi del selciato diventano isole di torrenti in piena, e i gradini degli usci scogliere a picco sull'acqua.
Chi di voi si è trovato ad ascoltare il suono dei propri passi su quelle vie lastricate di pietra sa a cosa mi riferisco.
C'è un qualcosa di intimo nel soffermarsi a spiare dentro le finestre accese al calare del buio, poche per la verità, ma per questo ancora più evidenti.
La montagna si va spopolando, si sente dire, eppure ci sono tantissime persone abbarbicate qui sulle pendici delle montagne. Se mi seguite con un po' di pazienza ne andremo a trovare alcune, speriamo non ne abbiano a male per il disturbo.
Pochi passi appena fuori dal centro e siamo arrivati, qui di abitanti ce ne sono davvero tanti, ne sanno certamente una più del diavolo, qui sopra tra questi pascoli e in mezzo a questi boschi hanno visto sorgere e calare il sole migliaia e migliaia di volte.
Anche qui le loro case sono tutte in pietra, sono però un po' più distanziate tra loro, quasi allineate nel prato, alcune abbracciate dalla felce, altre dal cardo. In ogni modo, sicuramente devono essere molto umide.
Direi che potremmo cominciare da qui, e poi, seguendo il muretto, andare a conoscere gli altri. Questo è Giovanni, il figlio di Bortolo, e fino a pochi anni fa faceva il tuttofare, tutti quanti avevano qualcosa da aggiustare bussavano alla sua porta. Tutto: falci e carriole, serrature e tubature rotte, perfino piccoli elettrodomestici, ma aveva dovuto imparare per forza, sai che fatica altrimenti dover scendere in paese ogni volta che qualche compaesano gliene portava uno? Giovanni per la verità è sempre stato un po' irascibile, eppure guardatelo che bel viso sorridente che ha adesso, ora che avendo smesso con il lavoro si gode il meritato riposo.
Qui vicino al rosmarino vive Sandro, ma ora dorme, e siccome ha sempre avuto il sonno leggero direi di tirare dritto. Ecco, qui conviene fermarsi senz'altro: vi presento il vecchio Antonio. Poverino è sempre stato malato, ma guardate voi stessi, io direi che ora sta meglio. Negli ultimi 20 anni non usciva mai di casa, ci pensava la Cesira a fargli la spesa e a sbrigare le sue commissioni, ora credo proprio che si arrangi.
Pochi passi ancora e c'è Anna , guardate: c'è anche suo marito. Tutti i bambini del paese hanno indossato i suoi maglioni di lana o le sue sciarpe, e ora cresciuti li conservano per i figli. Se guardate ad ogni finestra del paese, noterete sicuramente una delle sue celebri tendine bianche; da giovane era stata anche molto bella, ha vinto un concorso una volta in città! Poi un giorno ha preso su tutte le sue cose e con il Giuseppe è andata in America, che là si mangiava tre volte al giorno. Non si sa bene cosa abbiano trovato giù là, fatto sta che ora sono tornati, tutti e due, e sembrano entrambi felici.
Non parlate al Paolino di suo cugino Alessio, ora che lo raggiungiamo. Basta il solo nome per mandarlo su tutte le furie. Girano tuttora voci in paese che molti anni fa, ubriaco disfatto dopo il battesimo di una nipote, avesse rotto un bastone in testa al cugino che lo canzonava, ferendolo a morte. In realtà nessuno ha mai potuto stabilire cosa accadde veramente quella sera, e Paolino (tutt'altro che minuto nonostante il nome) ha continuato a vivere tra queste case di pietra, con il suo segreto, ma è stato tanto tempo fa…
Se passate oltre queste pozzanghere potrete conoscere Nicola, il donnaiolo del paese. Auguratevi di non avere moglie di queste parti perché ci sarebbero buone probabilità che lui la conosca meglio di voi! Nicola è effettivamente un gran bell'uomo, un atleta ed un alacre lavoratore, non esistono in tutta la valle uomini più rapidi ed efficienti nell'abbattere gli alberi. Nicola disbosca e vende la legna, ed è pure un buon cacciatore. Ha girato in lungo ed in largo tutti le montagne circostanti, si arrampica sulle rocce come un gatto e vede più lontano di tutti. Vabbè, pure lui un giorno è caduto, ma nessuno è perfetto!
Se mi promettete di fare i bravi vi faccio vedere la Cesira, ve ne avevo già accennato. Lei è la ragazza più ambita del paese, ma nessuno è mai riuscito a farla sua. Vedete che bei capelli lunghi, perfetti, e che bel viso da bambolina che ha? È anche molto dolce e disponibile a dare una mano a tutti, poi quando si mette a cantare in chiesa ti fa davvero sciogliere il cuore. Forse è l'abitante del paese che ha vissuto più tempo a fondovalle, ha studiato e si è addirittura diplomata, legge tutti quei libri impolverati di cui tutti gli altri non sanno neppure l'esistenza nella biblioteca della parrocchia. È proprio vero: le donne più care è bene che restino per tutti, gli anni sono passati, oramai non se la sposerà più nessuno.
Stefano è l'uomo più saggio senza dubbio, ha fatto tutte e due le guerre, e ora passa tutti i suoi giorni a guardare giù nella valle. Da dove sta lui si gode della vista migliore.
Ecco il parroco, don Fausto. La sua famiglia è della città, ma ora credo che non gli rimanga più nessuno. Lui probabilmente è più bravo a bere la grappa che non a dire messa, comunque è un buon parroco, tutti gli vogliono bene. Vengono sempre tutti a trovarlo.
Quello là è il Sangiorgi, dietro la sua barba c'è una rete ancora più impenetrabile di rughe. Piuttosto che tirare fuori due lire per sistemare il suo tetto si farebbe scuoiare. Anche qui dove sta ora occorrerebbe una bella sistemata, ma andate voi a trovare qualcuno che abbia il tempo e la voglia di farlo, lui ha altro da fare! C'era una sua tenuta giù in valle ma è andata in malora, il Sangiorgi odia scendere giù. Per quanto se ne sa sarà sepolta sotto metri di rovi oramai, ci faranno probabilmente il nido i serpenti.
L'ultima persona che ci tenevo a farvi conoscere è Martino, il casaro. Ha una malga trenta minuti su verso il monte, ma ora cade a pezzi. Il suo gregge lo ha sempre tenuto occupato 24 ore al giorno, i figli lo vedevano solo all'ora di cena, oppure quando ne combinavano una delle loro. Ora vivono da qualche parte in città. Anche lui non è quasi mai sceso a fondovalle, se non per curarsi dalla polmonite in quel piovoso inverno del 1951 e quella volta che si è sposata la sua unica figlia, nel 1965. È sempre vissuto in questo paese fino al 3 gennaio del 1974, c'è scritto qui, proprio sulla sua pietra, se spostate il muschio si vede bene.

“O tu che guardi in su
io fui come sei tu
tu verrai come son io
pensa a questo e va con Dio”.

Scritta presso la santella in località Pisul,
Ono San Pietro (Brescia), in cui un teschio parla al viandante

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Lucy in the sky
di Omar

A guardarla bene, non le avresti certo dato la sua giusta età.
Saranno stati quegli occhi scuri e profondi, velati, forse, da un non so ché di triste e di terribile.
Sarà stato per il suo corpo ben fatto e robusto, temprato, forse, da lunghe camminate verso chissà quali mete e da chissà quale girovagare invano.
Sarà stato quel modo di guardasi attorno, stupita, forse, da ogni cosa che vedeva e che le si muoveva attorno con brutale indifferenza.
Non entrò mai nel rifugio, rimase lì fuori, senza curarsi del nostro privilegio di instaurare rapporti di amicizia con sconosciuti. Lei, forse, non l'avrebbe mai più fatto.
Con la scusa di una boccata d'aria fresca, sgattaiolai fuori per poterla guardare da vicino, vedere le sue reazioni e magari scambiare qualche emozione.
Mi guardò di traverso vedendomi arrivare.
Le feci il sorriso più dolce che potessi regalare a qualcuno.
Mi ignorò, diffidente.
Rientrai, abbattuto, deluso, un po' ferito nel mio orgoglio di uomo e cercai consolazione accanto a chi non rifiuterà mai un mio sorriso.
Il mattino successivo, al risveglio dopo i festeggiamenti , uscì nuovamente per riscaldarmi al primo sole dell'anno.
Lei era già lì.
Bella e severa. Sguardo serio e distaccato da tutto. Annusava l'aria tersa e frizzante. Sembrava ancora più sola e incazzata con il mondo intero.
Mi incamminai verso il bosco e passandole accanto le rivolsi un saluto, quasi scocciato.
Credo non si accorse neppure del mio passaggio, voltò leggermente il collo, come se volesse farsi accecare del sole ancora basso.
Non la sentii arrivare… Forse ero assorto nei miei vaneggiamenti o nei miei sogni, o forse stavo pensando proprio a lei.
Si sedette accanto a me su di un masso tiepido ed asciutto.
Rimanemmo così, a lungo, guardando i monti rocciosi di fronte a noi.
Il sole si fece alto e ci incamminammo lontano, verso luoghi più silenziosi. C'eravamo solo noi. Ci fermammo fuori da una baita vuota, appoggiai la schiena al muro caldo e solido e lei mi venne vicino, molto vicino.
Il suo sguardo era ancora severo, ma adesso, forse, si fidava di chi le sedeva accanto.
Azzardai una carezza. Non capii mai se la accettò con piacere o la sopportò in silenzio.
Era ancora troppo presto, doveva passare altro tempo prima che si lasciasse trasportare nuovamente dai sentimenti e dalla dolcezza che una volta riempiva i suoi occhi scuri.
Da infiniti giorni non rimaneva accanto ad un uomo.
Nessuno dei due disse mai nulla.
Ci alzammo e tornammo al rifugio, io davanti e lei un passo dietro me.
Non entrò neppure questa volta, si fermò a pochi metri dalla porta e mi guardò.
Parve chiedermi di non entrare, di fuggire con lei verso boschi nuovi, verso tramonti lontani, verso un prato dove sdraiarsi a guardare il cielo. Per un attimo mi sembrò di volere esattamente tutto questo. Per un attimo, brevissimo, siamo corsi verso prati, verso tramonti e verso boschi nuovi.
Ma forse non capii, o forse non guardai bene nei suoi occhi.
Così entrai. E lei rimase fuori.
Mentre chiudevo la porta, mi voltai un'ultima, un mangiacassette suonava a basso volume “Lucy in the sky with diamonds” dei Beatles.
Mi stava fissando, severa e bellissima.
Annusò l'aria, riconobbe odori a lei famigliari, raddrizzò le morbide orecchie attente, agitò la lunga coda scura e se ne andò.

 

 

Il Risveglio del Gigante
di Nuvolarossa

E' finalmente arrivato il momento.
Sono in viaggio da un mese, in Patagonia da 1 settimana, a El Chalten da 2 giorni, ma non ho ancora potuto avvicinarmi a Lui.
Finalmente questa mattina si parte. Il tragitto non è molto lungo, ma gli appassionati di montagna come me non stanno più nella pelle!
Dopo circa 3 ore di cammino usciamo dal bosco e all'improvviso possiamo scorgere la sagoma del Torre, in tutta la sua grandezza. Vengono sfoderate macchine fotografiche come se fossero pistole e tutti iniziano a sparare all'impazzata contro di Lui.
Non è facile colpirlo, è molto lontano e si nasconde nelle nuvole.
Ci vorrebbero armi più sofisticate. Ecco allora che si riprende il cammino fino ad arrivare ai suoi piedi. Da qui è tutta un'altra cosa, ma ormai è troppo tardi. I rumori delle armi lo hanno spaventato.
Ma cosa sto dicendo? Lui non si lascia spaventare da noi! Anzi, gioca con noi, ci prende in giro. Ci fa credere di lasciarsi fotografare e poi, via.
E' come giocare a nascondino dove vince sempre Lui!
All'improvviso la sua sommità si sveste...scruto nella sua intimità col binocolo e vedo una cordata di alpinisti che arrivano al fungo. Sfoderano le piccozze ed iniziano a ferirlo profondamente per giungere in poco tempo sulla sua "cumbre". Le sue amiche nuvole, addolorate, iniziano a piangerli addosso, non ci resta che tornare al campo base ed aspettare.
Ansiosi dormiamo poche ore e, prima dell'alba, siamo nuovamente ad ammirarlo!
Lui sta ancora dormendo, noi restiamo in silenzio per non svegliarlo. Sono momenti indimenticabili. Spunta il sole, notiamo che le sue pareti sanguinano per le ferite infertegli dagli alpinisti poche ore prima. Momenti di commozione, dove il silenzio dice più delle parole.
I minuti passano velocemente, il sole si alza e il granito cambia colore. Ecco svelato il mistero; il Torre non era ferito.
Inizia ad arrivare gente. Lui si accorge di essere osservato. E' un attimo. Chiama a se le sue amiche nubi e tutto cambia.
Siamo tra i pochi ad avere potuto ammirare il suo risveglio.
 

 

2150
di Omar e Gölem

231.09.2150 - Ore 91.12.04
Guardo l'altimetro per l'ennesima volta.
Il quadrante indica 15.610 Mt. sul livello del mare.
Siamo a poco meno di metà salita.
Sotto di noi, il rumore delle enormi onde marine, alte fino a 200 Mt., si è ormai attenuato e lo percepiamo come un lontanissimo ruggito. Il colore rosso del cielo si confonde, in lontananza, con quello arancio del mare. Le dense nuvole nere, segno che il tempo rimarrà bello per almeno 5-6 giorni, ruotano velocissime in un gigantesco vortice il cui centro si è stabilizzato proprio sulla verticale della cima del monte Olimpo, la nostra meta.
L'odore di zolfo riempie l'aria e penetra attraverso le maschere dell'ossigeno che ci consentono di respirare in questa atmosfera pregna di solfati e metano.
La temperatura, stando all'indicazione scritta nel piccolo monitor negli occhiali, oscilla continuamente tra i -120°C e i -160°C , altro buon segno di tempo favorevole.
233.09.2150 - Ore 102.61.14
Non dovrebbe mancare molto al rifugio. La decima tappa della nostra salita dovrebbe concludersi in poco meno di 135 minuti primi, ma il condizionale è d'obbligo stante il momentaneo black-out dei sistemi di localizzazione satellitare di cui disponiamo, ma a queste temperature a volte capita, soprattutto se non si mantengono le batterie sempre cariche.
Siamo in una specie di canalone dai bordi molto scoscesi, ricolmo di detriti instabili, occorre prestare la massima attenzione per non rovesciarli sugli alpinisti sottostanti.
Comincio davvero ad avere un dolore fitto alle caviglie, sono giorni ormai che arranco su per queste rocce, e poi ho un bisogno impellente di pisciare. Mica facile con tutta questa ferramenta addosso!
Si scorgono già le luci del faro fisso, oramai si tratterà di pochi minuti, ci siamo quasi grazie al cielo. Eccolo lì l'ingresso, il rifugio appare pressappoco come tutti gli altri, scavato sotto la dura crosta della montagna, per evitare di venire alla lunga spazzato via dal vento di corpuscolato, così caratteristico in queste lunghe stagioni estive.
Sbrighiamo come da routine le pratiche al check-in, mentre la graziosa receptionist immette i nostri dati già mi immagino appisolato tra i vapori della sauna.
233.09.2150 - Ore 104.00.00
La cena, a base di delizie del posto (molluschi giganti, carne di bilemonte, frutta stabilizzata e arricchita con amminoacidi essenziali, nettare di salicone) riesce in poco tempo a ridarci forza e morale.
Per sgranchirci un poco le ossa, ci rilassiamo nella bellissima veranda del rifugio coperta da una enorme cupola trasparente e al cui interno, oggi, vengono diffusi profumi di mare e suono di vento.
Lo spettacolo è fantastico, proprio adesso all'orizzonte sta sorgendo la terza luna, quella azzurra, le prime due, una verde, l'altra bianca come la nostra, sono già alte nel cielo e alle ore 104 è prevista una tempesta di meteoriti che illuminerà la volta celeste.
Puntualissime, ecco le prime scie luminose che graffiano il cielo nero. Sono tantissime e estremamente vicine. Se non fosse per la protezione in vetro ascrimetato che ci ricopre e protegge, potremmo sentirne perfino il rumore assordante. Questa meravigliosa pioggia, prevista da giorni, purtroppo ci obbligherà ad una sosta più lunga del previsto in questo rifugio; sarebbe pericolosissimo avventurarsi all'esterno, sia per l'alta probabilità di venire disintegrati da un bolide, ma anche per le tempeste magnetiche che seguono sempre questi eventi spettacolari ma devastanti. Al termine della tempesta l'aspetto della zona colpita sarà completamente cambiato, nuovi insuperabili crateri ci sbarreranno la strada, altissimi cumuli di rocce friabili ci costringeranno a deviazioni e noi dovremo rifare il piano di avanzamento verso la cima, ancora una volta.
238.09.2150 - Ore 12.27.96
Dopo cinque giorni di immobilità possiamo nuovamente mettere il naso fuori dal rifugio, la strada è ancora parecchia, ma per lo meno ora siamo più riposati.
Sono riuscito a sistemare il localizzatore, non dovremmo più avere punti interrogativi nelle nostre tabelle di marcia da qui in avanti.
A volte mi domando come sia esplosa questa moda per l'alpinismo d'alta quota; quando vedo la lunghissima fila dei salitori perdersi nelle nebbie della montagna, mi ricordo di quei piccoli organismi pluricellulari che popolavano un tempo le mie zone. Procedevano tutti in fila, mai una che si azzardasse di calcare del terreno vergine. Ogni tanto buttavo loro una briciola e loro, esili e fortissime, trascinavano quella manna con i denti fino ai loro buchi.
Siamo qui, individui tra le altre decine di migliaia su questo versante, ad ogni check-point segnaliamo la nostra posizione, ad ogni rifugio registriamo l'ennesimo ingresso, oggi avrei voglia di perdermi…
009.10.2150 - Ore 25.84.84
La paretina che ci si presenta davanti, non è delle più difficili, ma i chiodi da ghiaccio faticano ad entrare in questo idrocarburo allo stato solido. Ci vuole moltissimo tempo per riuscire a fissarne uno, alzarsi di pochi metri, fissarne un secondo, recuperare il compagno e ripetere nuovamente l'operazione.
Il secondo sole è già alto quando usciamo, con un forte sospiro di sollievo, da quello che si rivela ben presto, a causa dell'innalzarsi della temperatura, un imbuto per grossi massi verdastri perfettamente rotondi che cadono dall'alto a velocità incredibili. Li vediamo scheggiare lungo il percorso appena superato e pensiamo a quanti salitori sono adesso esposti a quei proiettili enormi. Proprio mentre stiamo ringraziando la saggia decisione di partire nel cuore della notte per trovarci oltre le difficoltà quando il termometro avrebbe segnato -100°C , vediamo in lontananza un costrol che avanza barcollante sulle sue sei zampe. Sembra gravemente ferito, forse colpito da uno di quei massi. Lo soccorriamo immediatamente. Il suo compagno è precipitato e lui è sotto shock, emette versi a noi incomprensibili, ma dai suoi 4 grandi occhi blu capiamo che necessita di un immediato ricovero, forse anche lui è stato colpito di striscio ad una zampa. Lo portiamo al riparo sotto una roccia sporgente e gli facciamo un iniezione di Valostrin. Non ci resta che emettere un segnale di soccorso. Lo sguardo di gratitudine del costrol ci riempie di gioia e ci rende orgogliosi. In meno di 1 minuto primo una navicella ci raggiunge, senza chiedere nulla, carica il ferito e si allontana a velocità impressionante verso il primo rifugio dotato di centro medico. Quest'ultimo imprevisto ci costringe all'ennesimo ritardo nella tabella di marcia, ma avere, forse, salvato la vita ad un essere vivente ci dà nuova forza per continuare e ci ricorda quelle leggende di alpinisti eroici che, moltissimi anni fa, rinunciavano alle loro imprese per salvare i loro simili. Saranno state solo leggende o, a volte, quei gesti misericordiosi succedevano veramente? Purtroppo si tratta di tempi lontanissimi, quando esisteva uno spirito e un codice d'onore da rispettare tra camminatori.
Tempi lontanissimi, ormai.
011.10.2150 - Ore 51.27.67
Il costrol è morto.
Dopo alcuni giorni di carenza di notizie (dovute ai disturbi elettromagnetici d'alta quota) siamo finalmente riusciti a ricevere un notiziario. E' morto poche ore dopo il ricovero nonostante un intervento praticato d'urgenza. Spero che almeno ora il monte Olimpo non agiti più oramai il sonno di quel disgraziato alpinista.
Noi invece siamo oramai prossimi al pianoro sommitale, ancora poche centinaia di metri e dovemmo raggiungerlo.
28.030 Mt. mettono a dura prova anche gli alpinisti più forti in assoluto, noi siamo in pratica devastati. Abbiamo lasciato un nostro compagno due rifugi fa in preda al delirio, ha perso l'uso degli arti e il suo corpo è scosso da tremiti incontrollabili. Al nostro ritorno, quando questo avverrà, lo faremo trasferire al centro bioptico di Phasar2, fino ad allora dovrebbe restare stabile.
Stiamo superando un camino strapiombante, nero e unto di liquami organici, la progressione artificiale ci permette di proseguire ma a prezzi altissimi in termini di tempo impiegato.
Le precipitazioni di metano hanno reso l'attrito sulla roccia molto prossime allo zero, se non altro il tempo si mantiene stabile.
…Mantre cerco un phul ad espansione ad impreviso mi sembra di avere sei dita, ma forse invece sono sempre cinque, o forse meno, non ricordobbene.
Se riesco a scollegare il termometro di domani mattina riesco a vedere bene, non so… Davvero no è facilissimo fare pure pensieri connessi quanto meno abbastanza per intendere ad altrui.
Tenniamo duro anchora un poo. Manca poco già vedo la luche… rifugio prossimandosi…
011.10.2150 - Ore 65.27.67
Una bellissima ragazza si tuffa nel mare color rubino, i capelli azzurri legati in una lunga coda di fastorone, gli occhi a mandorla sono scuri come i fiori di nemesia e la pelle leggermente abbronzata. Finalmente possiamo riposarci in questo paradiso abbandonato dalle masse di turisti interplanetari. Il tiepido calore di Bitos ci entra piano piano attraverso la pelle nuda, arriva alle nostre ossa stanche e decalcificate. La brezza marina ci purifica i polmoni dalle sporcizie respirate per giorni e giorni alle altissime quote di Olimpo. Anche i nostri discorsi esulano completamente dalla montagna, dal ghiaccio, dalle ferite, dalle fatiche indescrivibili, dalle lacrime e dal dolore. Stiamo ridendo tutti e quattro attorno ad una tavola imbandita di ogni ben di Dio. Come al solito c'è chi mangia di più, chi si sbronza, chi guarda il culo della ragazza in mare e chi dorme pacifico il sonno dei giusti.
Ho proprio voglia di tuffarmi in questo mare caldo, mi alzo, mi avvicino all'acqua che, mentre mi bagna i piedi, mi scalda anche il cuore. Faccio un passo e l'acqua mi arriva già alle ginocchia, mi getto come un pesce e quando riemergo…il mio compagno mi urla di tenere duro, di non agitarmi.
Mi trovo a testa in giù, la corda tesissima, mi preme fortissimo sull'inguine, lo zaino rigido mi impedisce di respirare e tutta la ferraglia che ho addosso mi si rovescia in faccia e mi rompe il vetro della maschera. Non vedo un cazzo! Questa volta è proprio finita. Lo sapevo che dovevo smetterla con i monti, con questi viaggi per pianeti alla ricerca del più difficile, del più in alto, del più irraggiungibile. Dovevo smetterla di allontanarmi dai miei prati verdi, dalle mie nevi bianche, dai miei profumi, dai miei pensieri, dai miei amori.
Mi lascio penzolare esausto e senza voglia di lottare.
Ma dall'alto mi gridano di non mollare, mi gridano che qualcuno a casa mi aspetta.
Cerco di rimettermi dritto sparando un arpione nel ghiaccio di questo crepaccio e aggrappandomi al suo cavo metallico. Con immane fatica mi raddrizzo, grazie anche al lavoro di chi mi sta tenendo la corda dall'alto. Sostituisco la maschera prima che le radiazioni mi devastino gli occhi e lentamente vengo issato sui bordi del baratro traditore che mi ha inghiottito e voleva uccidermi. Ringrazio i miei compagni che ancora una volta mi hanno salvato la vita, non solo con i gesti, ma anche con le parole.
Ma non c'è tempo da perdere, la vetta è a pochi metri. Anche noi rispetteremo la tradizione e non toccheremo la cima del monte, rimarremo a circa 100 Mt. di distanza.
Riprendiamo a salire e mentre cammino penso a casa e mentre mi immagino mentre sui miei monti verdi, ripenso ad una bellissima ragazza dagli occhi neri che nuota in un mare rosso rubino.[…]
097.05.32560 - Oggi
Quando le luci si riaccendono, l'intera sala è ammutolita.
Il professor Qwrestium, massimo esperto intergalattico di preistoria del sistema solare, si alza dal tavolo degli organizzatori del XII° congresso sulle antiche popolazioni della Via Lattea scomparse e i loro usi e costumi.
Lo stupore generale e la meraviglia per la visione del rarissimo documento appena trasmesso sugli schermi ad elio della sala principale del centro congressi di Salvas 23, si legge benissimo sui volti delle centinaia di studiosi presenti.
“E' chiaro che quanto appena reso pubblico è il frutto di anni di lavoro, di traduzioni, di ricerca e di studi.
Dall'epoca della distruzione del leggendario pianeta Terra, nessun reperto che parlasse dei suoi abitanti era stato trovato.”
Il professore parla con voce calma e senza enfasi, ma ciò che sta dicendo rivoluzionerà la storia come nessun altra scoperta fatta negli ultimi 10.000 anni.
“Come ben sapete dai testi di preistoria, il collasso della stella Sole, ha causato la distruzione del Sistema Solare e di tutti i piccoli pianeti che lo componevano. Dalle ricerche sono emersi dati inconfutabili che ci indicavano che uno di questi pianeti fosse abitato da primitive forme di vita. Purtroppo i reperti catturati dai nostri strumenti all'interno di ciò che rimane di quella zona dell'universo non comprendevano mai documenti, ma solo particelle e atomi che avevano subito manipolazioni non naturali, per cui dovuti sicuramente a qualche forma di vita.”
“La teoria che le varie forme di vita dell'universo si siano formate a partire da quella esplosione e dal conseguente spargimento di materiale organico nella galassia, forse ha trovato le sue prove…”
“Ciò che avete appena visto proviene dal Monte Olimpo, una piccola anomalia geologica del pianeta Xass4. Era contenuto in un cilindro di tungsteno e sepolto sotto centinaia di metri di metano ghiacciato a poca distanza dalla cima di quel monte. Durante gli scavi per la costruzione del mausoleo del famoso esploratore Freen: un trivellatore lo ha liberato dal suo sepolcro naturale e ci ha regalato la chiave per la conoscenza di un mito del passato: l'Homo sapiens evolutus!”
Il professore beve del nettare di acside con la sua lunghissima proboscide e con gesti studiati riprende a parlare “ In questo documento si colgono aspetti del comportamento umano che fino ad ora conoscevamo solo da leggende e racconti fantastici. Ora abbiamo qualcosa di tangibile.
Dalla analisi approfondita dei geroglifici che compongono il testo siamo venuti a conoscenza di alcune abitudini, di alcuni costumi, di attrezzature usate all'epoca. Scopriamo i sentimenti, i cibi di cui si nutrivano, i legami affettivi…” Per non parlare delle immagini memorizzate su antichissimi supporti magnetici, allegate al testo ritrovato, che possono fornirci altri preziosi dati, ma che necessitano di un lavoro di ricostruzione difficilissimo e delle quali vi offriremo l' anteprima assoluta!”
“Il lavoro è ancora lungo, ma la strada è ormai in discesa”.
Dalla platea si alza un fascio luminoso e la parola viene data ad un abitante di Uoailos-beta:“Perché il crono-documento risulta interrotto? Forse una parte è andata perduta? O qualche improvvisa tragedia ha impedito la registrazione dei fatti successivi? Che fine hanno fatto quelli che vengono chiamati i 4 alpinisti? Che senso aveva tutta la fatica di cui si facevano carico? Che senso aveva affrontare quei pericoli con quei mezzi così primitivi. Che logica c'era dietro la loro attività? Quali ricompense ottenevano per tutto ciò? Cosa li spingeva ad imprese apparentemente tanto inutili? Forse la gloria, l'autostima, la voglia di libertà, l'amicizia che li legava?”
Il professor Qwrestium guarda nell'occhio il curioso interlocutore e la sua risposta rimbomba chiara nella sala: “Non lo sapremo mai… ma non ci importa”.

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La prima volta
di Will

C'è sempre una prima volta. Anche quando uno crede di essere esentato all'improvviso la fatalità lo avvolge e lo include nel cerchio di quelli che hanno già provato questa grande emozione.
A me è capito molto presto. Ero li e non immaginavo che quel giorno sarebbe stato il mio turno. Era una giornata calda, una di quelle che appena metti i piedi fuori dalla porta inizi a sudare. Ero anche senz'acqua e in quel momento, quando è capitato, perdevo sudore come una vecchia fontana ricavata da un tronco d'albero. A Luca invece è capitato sabato. Non se l'aspettava ma sapeva che prima o poi sarebbe successo anche a lui. Certo ignorava il come, il dove e soprattutto il quando, ma era sicuro che nel club c'era un posto a lui riservato.
La giornata era bella e il vento che soffiava da ovest portava con se un'aria particolarmente fredda. Luca ignorava tutto, continuava a salire per lo spigolo come se niente fosse, si appiccicava alla parete come un piccolo ragno che percorre la sua ragnatela. Io, testimone dell'evento, potevo solo udire e capire ma non vedere. Tenevo le solite mezze corde con la consapevolezza che prima o poi anche lui sarebbe... volato. Non che gliel'augurassi s'intende...
All'improvviso ho sentito le corde tirare come non mai. La mia mente ha capito, la mia bocca ha iniziato a mormorare qualcosa, le mie orecchie hanno sentito un urlo provenire dal basso della parete...
Così anche lui ha provato a volare! La roccia l'ha tradito. Un appiglio, solleticato dal vento ha deciso di lasciare la grande pala del campanile Pradidali per diventare un piccolo sasso che, una volta caduto a terra avrebbe iniziato una nuova vita...

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El arca de los vientos
di Ermanno Salvaterra

Quella via la provai per la prima volta nel '92 con Guido Bonvicini e
Adriano Cavallaro. Facemmo un primo tentativo in ottobre ed arrivammo ad un tiro dal diedro degli inglesi e rinunciammo perché la parete era carica di neve. In attesa che si pulisse scalammo la Franco-Argentina al Fitz e la via del compressore al Torre. A novembre abbiamo fatto un secondo tentativo ed abbiamo dormito nel box inglese alla base del loro diedro. Il giorno dopo il
tempo era pessimo ed i miei soci volevano scendere. Io gli chiesi di
lasciarmi qualche ora per salire un po'. Volevo arrivare al Colle della
Conquista e ci riuscimmo. Ero curioso di vedere il posto. La bufera ci
ricacciò indietro. Altri compagni, al momento di partire per quella storia si tirarono indietro ma io mai me la presi per la loro decisione,
soprattutto per l'alone di mistero e pericolo che questa via aveva. Nel 1994 feci un altro tentativo con l'austriaco Tommy Bonapace, già esperto di quella via. Partimmo quel giorno dal campo base ed alla sera eravamo alla base del primo nevaio triangolare. Ci successero un po' di cose spiacevoli e dopo un bivacco penoso, al mattino, lui mi disse: "Finish Ermano, never more!" Intendeva che con quella via aveva definitivamente chiuso. Gli anni passavano ed ogni tanto quella via mi assillava. Per diversi anni difesi Maestri, Egger e Fava. Non lo difesi in un forum o con chiacchiere da "bar".
Lo difesi a spada tratta con il suo (mi perdoni il grande Ken Wilson) grande accusatore KEN WILSON della Rivista inglese "Mountain". Poi lentamente iniziai a cambiare idea. Rilessi e ristudiai quanto avevo detto e scritto a difesa di Cesare e cambiai idea. L'idea di quella via non era quindi mai morta. Lo scorso novembre tornai a casa dalla Patagonia e due mesi dopo ho compiuto cinquant'anni. Per la prima volta dovevo guardare in faccia anche la realtà del tempo che passava ma la voglia era ancora tanta.
A gennaio avevo praticamente deciso che sarei tornato là per provare quella salita. Verso fine inverno il mio amico Rolo Garibotti mi scrive con un progetto. Già da qualche anno mi chiede di andare insieme con lui in Patagonia ed io sempre rifiuto solamente perché è molto più giovane di me e molto più forte. Questa idea però mi alletta molto ma gli rispondo che prima vorrei provare quella "cosa", quella "via". All'inizio lui non è molto convinto ma poi accetta con entusiasmo. Ale è già d'accordo. Poi in estate le lunghe polemiche sui giornali.
Noi non siamo partiti per fare un'indagine ma per seguire quella linea. Gli austriaci Toni Ponholzer e compagni fino allo scorso gennaio hanno effettuato molti tentativi a quella parete e sono giunti a circa 200 metri dalla cima seguendo la parete est nella prima parte e poi direttamente sul diedro di destra della parete nord. Diedro seguito in parte anche da Giarolli-Orlandi. Inizialmente anche noi pensavamo di seguire quella linea ma l'insicurezza e la difficoltà di quell'itinerario ci ha spinti a cambiare obiettivo.
Le parole del Grande Bruno Detassis dicono di cercare il facile fra il difficile e questo è stato il nostro obiettivo. Arriviamo a El Chalten il 14 ottobre alle ore 17 e dopo 10 minuti ci incontriamo con Rolo. Il tempo è bello e così, già il giorno dopo alla sera siamo alla base del Torre. Siamo pronti per andare in parete ma il mattino seguente nevica e quindi torniamo al Chalten. Altre 3 volte ritorniamo alla base. Saliamo i primi 4 tiri e fissiamo tre corde. Una mattina, pronti a rimanere in parete, saliamo alla fine delle corde quando si mette di nuovo a nevicare. Non possiamo infilarci su questa parete con il maltempo. La quarta volta, di buon'ora lasciamo la truna e alle ore 17 siamo alla piccola spalla sopra il Colle. Scendiamo una breve corda doppia e saliamo sul versante ovest già seguito in precedenza da Orlandi-Giarolli-Ravizza. Dopo alcuni tiri ci fermiamo a bivaccare su un'ottima cengia. Il giorno seguente la parete si fa più ripida ma Rolo sale veloce anche se deve pulire le incrostazioni di neve per trovare le fessure. Arriviamo poi sul filo dello spigolo nord. Guardiamo oltre lo spigolo la parete nord e ci sembra fattibile.
La cima del Torre è circa 300 metri sopra di noi. La cima della Torre Egger proprio di fronte è appena 50 metri più alta di noi ed è bellissima e impressionante. Verso nord vediamo il Cerro San Lorenzo a più di 200 chilometri di distanza. Ci guardiamo attorno, guardiamo in alto cercando il posto per proseguire nella nostra salita, iniziamo a preparare un gradino sul quale sederci per passare la notte. Il tempo sta peggiorando. Nubi nere arrivano da ovest e forti raffiche di vento ci portano a fermarci ed a parlare. Cosa fare? Rimanere o scendere? Scendere o rimanere? Se rinunciamo sappiamo che ciò significa non ritornare più qui. Quando si fanno tentativi su queste montagne si possono salire due, tre o anche quattrocento metri e poi dover rinunciare per il maltempo ma quando si arriva molto in alto è difficile ritrovare le energie fisiche e soprattutto mentali per ricominciare tutto. Quando ormai sono le ore venti iniziamo a scendere con un nodo alla gola. Nevica intensamente ed il vento fa il resto. Le ultime due doppie per raggiungere la spalla sopra il Colle le facciamo lungo il ripidissimo spigolo nord. Superato il Colle che è già buio da molto, scendiamo ancora duecento metri e poi, anche perché un paio di frontali fanno i capricci e la discesa non è certo delle più elementari, decidiamo di fermarci per aspettare la luce del giorno. Sono le una di notte e siamo piuttosto stanchi. Siamo poco sotto l'inizio del diedro degli inglesi. Ci scaviamo un ripiano con i ramponi per rendere l¹attesa più comoda e per riscaldarci. Riusciamo a farci anche qualcosa da bere e da mangiare rendendoci l'attesa del giorno meno penosa. Alle ore 5.40 la discesa riprende. Siamo molto stanchi ed assonnati e cerchiamo di scendere tranquilli per non commettere imprudenze. Dopo altre quattro ore arriviamo alla truna. Ci sembra di essere al Grand Hotel. Il tempo non è poi così male ma sopra di noi sentiamo soffiare il vento.
Decidiamo di rimanere fino a domani prima di scendere al Chalten. Nel pomeriggio, verso le ore 15 un boato incredibile ci scuote. Urlo! Guardiamo in alto. Ale prende una pala e fugge all'interno della truna. Rolo, scalzo, si mette a correre in discesa sul ghiacciaio. Credo che si sposti più in basso per fare delle foto invece fugge pensando al peggio. Io, avendo già visto questo tipo di scarica su questa parete riesco a rimanere tranquillo e cerco la macchina fotografica e faccio qualche foto. Probabilmente un grosso fungo di ghiaccio si è staccato dalla parte sommitale e una grandiosa scarica sta scendendo dalla parete est del Torre avvolgendolo completamente.
Lo spettacolo è incredibile, impressionante e spaventoso. L'enorme nube bianca anziché scendere verticalmente a causa del forte vento comincia a traversare orizzontalmente verso sud e solo due piccole cascatelle di neve raggiungono la base.
Alle quattro, dopo i commenti sulla scarica vado a dormire. A mezzanotte Aleè sveglio e mi passa un pezzo di formaggio e qualche galletta. Poi mi alzo ed esco a fumare una sigaretta. Il cielo è azzurro e mi assale una tristezza incredibile. Piango e questo cielo azzurro mi ferisce a fondo. Abbiamo tolto tutto dalla parete e non ci resta che tornare a casa. Verso le due torno a dormire. Alle ore 6, quando ci svegliamo, propongo ai miei soci di ritentare. Qualche secondo di silenzio e poi l¹entusiasmo si riaccende.
Nevica mentre torniamo al Chalten e intanto facciamo il programma per la salita. Dobbiamo cercare di salire il più leggeri possibile. Lasceremo giù tutte le cose che ci sembrano superflue. Siamo molto stanchi e ci servirebbero alcuni giorni di riposo. Il 9 novembre, nel tardo pomeriggio siamo al Chalten. Il 10 il tempo è brutto e la cosa ci fa piacere. Siamo andati a dormire che il tempo era brutto e quindi ci siamo alzati con tutta calma. Il cielo sembra si schiarisca ed anche se avremmo fatto volentieri ancora un giorno di riposo, quasi controvoglia, decidiamo di partire. Alle ore 10.35 partiamo. Non parliamo molto durante il cammino ma le gambe rispondono bene ed in meno di 6 ore siamo alla truna. Subito ci prepariamo ed io e Rolo andiamo all¹attacco della parete e ne risaliamo i primi quattro tiri e come la volta precedente fissiamo le nostre 3 corde. Ale rimane a finire la nuova truna che per sicurezza abbiamo spostato sotto la Egger. In poco più di due ore siamo di ritorno alla "casa" e con Ale
terminiamo di fare il nostro buco più accogliente. Il nuovo posto della nostra villetta è veramente carino e molto più sicuro del precedente. Il tempo è fantastico e non c¹è un filo di vento e la carica in noi si sente e va aumentando.
La sveglia del vecchio suona alle ore 3.45. La colazione è ridicola, il
tempo è bellissimo e non bisogna perdere tempo. Alle ore 4.45, con le frontali sul casco, ci attacchiamo alle corde con le jumar. Facciamo altri due tiri e molto presto raggiungiamo il nevaio triangolare. Il sole ci riscalda già poco dopo le sei. Continuiamo veloci ripercorrendo metro su metro quanto salito pochi giorni fa. Rolo sale veloce sulle placche oltre il nevaio triangolare. Poi un tratto di neve, la facile rampa che porta verso il colle, un altro tiro di misto e alle ore 12 siamo già al Colle della Conquista. Di nuovo la breve calata e poi avanti sulla ovest che questa volta non dobbiamo pulire dalla neve. Incredibilmente alle ore 16.30 siamo al comodo terrazzino raggiunto la volta precedente in due giorni. Decidiamo che sarà il nostro posto per il bivacco. Una breve pausa e si riparte. Un breve traverso, una sottile fessura, un paio di difficili passi in placca.
La parete è ormai all'ombra ed il freddo alle mani si fa sentire. Poi Rolo continua su un altro tiro difficile e quindi ci troviamo a sistemare la cengia. Mentre Rolo e Ale sono impegnati sulla nord la ovest inizia a scaricare pezzi di funghi con neve e ghiaccio ma ormai siamo fuori pericolo. Il posto da bivacco è incredibilmente affascinante. Di fronte a noi la Egger, a destra il Fitz ed a sinistra lo Hielo Continental. Il freddo è abbastanza pungente ma il cielo incredibilmente stellato. La notte trascorre velocemente e riusciamo anche a dormire un po'.
E' il 13 novembre e mi sembra di essere il protagonista di un film, di un sogno.
Iniziamo i preparativi alle ore 6 e solo alle 8 riprendiamo la salita. Per fortuna, poco dopo, il sole inizia a riscaldare i nostri corpi infreddoliti. La parete è quasi verticale e molto difficile. Con altre due lunghezze su roccia e scalando fra le incrostazioni di ghiaccio riusciamo a saltare fuori dalla parete nord. Il posto è bellissimo. Quando raggiungo Rolo ci abbracciamo e siamo commossi. A fatica riusciamo a pronunciare qualche parola. Sotto di noi l¹impressionate parete nord non è più un problema. Con un altro tiro facile su ottimo ghiaccio raggiungiamo la Via dei Ragni di Lecco.
E' soltanto mezzogiorno e sopra i noi gigantesche strutture di ghiaccio
schiumoso ci preannunciano una difficile continuazione della salita. La Torre Egger è ormai molto sotto di noi ma la vetta del Torre ancora non si può vedere.
Iniziamo una serie di tiri molto impegnativi che a turno cerchiamo di salire. Il ghiaccio non ha consistenza ed a volte siamo obbligati a crearci un varco prima di trovare una certa consistenza della neve o del ghiaccio.
Abbiamo solo due fittoni e siccome i chiodi da ghiaccio non tengono le
protezioni sono quasi inesistenti. Noi non dobbiamo mollare. Costi quel che costi. Intanto il cielo si è coperto e comincia a nevicare e tirare anche un po' di vento. L'ultimo tiro lo facciamo a pezzi, salendone un po' ciascuno. Il freddo si fa pungente ma
alle ore 23.15 siamo sul punto più alto del Cerro Torre. "CUMBRE!" Ale mi ricorda che un anno fa, il 13 novembre raggiungevamo la stessa cima dopo la salita alla parete est. Momenti intensi d¹emozione ma  dopo qualche  foto scendiamo dal fungo e sotto un strapiombo ghiacciato ci sediamo per aspettare il passare della notte ed iniziare la discesa al mattino. Decidiamo di chiamare la nostra via
"El Arca de los Vientos" e la dedichiamo alla memoria di due cari nostri Amici, lo spagnolo Pepe Chaverri e l'argentino Teo Plaza. Questi due grandi uomini già nel 1994 sposavano lo stile alpino, facendo una grande salita sulla Standhardt. Purtroppo a distanza di breve tempo la bella e gioiosa vita di Teo fu interrotta da una
valanga. Qualche anno più tardi anche quella di Pepe fu smorzata in
montagna.

 

Il passero e l'avvoltoio
di Omar

Dopo, mi sveglio con un vago senso di delusione e di tristezza.
Mi capitava molto più spesso prima, soprattutto quando ero piccolo. Ora, forse, ho altri pensieri, altri problemi. Magari è lo stress, la tensione, il lavoro. Oppure, semplicemente, non sono più quello di una volta.
Dicono che sognare di volare sia segno di un animo libero, rilassato, in pace con il mondo.
Peccato che mi capiti molto raramente, ormai. Eppure a volte, ritorno a volare.
Mi sarebbe piaciuto volare, non solo nei sogni.
Ma non un voletto da passero, da pettirosso, non dei balzetti da codirosso né svolazzi da usignolo. Nulla a che vedere con i rapidi e futili voli da cinciallegra o da canarino.
Io vorrei volare come un corvo, un avvoltoio, un condor, come una poiana.
Non voglio saper cantare per commuovere chi mi ascolta, avere piume dai colori sgargianti per affascinare chi mi guarda, voglio solo saper volare magnificamente. Non voglio stancarmi in un frenetico sbatter d'ali. Voglio saper volare senza sforzo. Un battito d'ali ogni tanto e sfruttare le correnti, alzarmi ed abbassarmi a mio piacere annusando l'aria e seguendo il vento. Non voglio una rotta da seguire come le anatre o le rondini, obbligate ad un perpetuo migrare insoddisfatto. Voglio bearmi nel guardare la mia terra dall'alto, con ampi giri, sempre più distanti e tornare solo per il gusto di tornare, al centro del mio cielo.
Così vorrei volare, guardando tutto e tutti, ma non soffermandomi su nulla e nessuno.
E sotto di me voglio le montagne, i fiumi, i laghetti alpini, i ghiacciai, le pareti verticali, i prati secchi e gialli, i prati verdi e bagnati, i prati fioriti e caldi. Non voglio il mare né le spiagge sotto le mie ali, voglio la neve, le rocce, voglio il ghiaccio e gli abeti, i rododendri e le genziane. Voglio planare dolcemente, senza essere visto, senza rumore, se non quello del fruscio del vento tra le mie piume. Altissimo, oppure radente all'erba, sentirne il profumo, coglierne la rugiada, vedere i colori che sfrecciano veloci e non distinguere le forme.
Voglio giocare con le nuvole dense e bianche, con la nebbia grigia e fredda, rincorrere le marmotte spaventate e guardare le ragazze che prendono il sole.
Nei miei sogni volo e vedo la mia ombra che corre velocissima sulle cime degli alberi, sulle creste affilate, nei ghiaioni più severi, sulle acque più limpide, tra i silenzi più profondi.
Ma poi mi sveglio.
Con quel senso di delusione.

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Il vecchio
di Will

Era un po' di tempo che non andavo su quei pilastri ad arrampicare. Così ad occhio mi verrebbe da dire un paio d'anni. Eppure, quando il giorno di Pasqua sono passato davanti al cimitero, quell'uomo anziano, seduto sul piccolo muretto di cinta mi aveva rispolverato qualche piccolo ricordo. Mi ricordava qualcuno, forse un qualche vecchio rifugista incontrato anni fa quando, la mia attività di aspirante alpinista consisteva nel recarsi in qualche baita per una semplice abbuffata.
Non ho dato molta importanza ai ricordi e ai pensieri che in quel momento si divertivano con le mie cellule celebrali. Con me c'è Luca, solito e insostituibile compagno di cordata. Troviamo facilmente la Piramide di Cheope ma non altrettanto l'attacco. Siamo indecisi. Luca è la mente del gruppo, riflette e trova sempre le soluzioni. Io mi fido.
Saliamo questo Digiuno delle Galline e scendiamo nuovamente a valle, felici della nostra piccola ivagazione pasquale.
Mi tolgo tutta la ferramenta che ho addosso e sfrutto, come sempre, la piccola fontana del cimitero per rinfrescarmi e per levarmi di dosso la solita magnesite. Certo se ci fosse anche un po' di sapone... ma mi so accontentare...
Stiamo per risalire in macchina e quell'uomo, quel vecchio con la barba folta che, arrivando, aveva catturato il mio sguardo si dirige verso di noi. I miei pochi neuroni si rimettono in moto e ricomincio a pensare... sono troppo sicuro d'averlo già visto.
Intanto l'uomo s'è avvicinato a noi... ci guarda con occhi strani, occhi di chi di gente come noi ne ha vista a bizzeffe. Io ammutolito ascolto le poche parole che gli escono a fatica dalla bocca.
“Hai paura a salire vero?” Resto sbalordito. M'ha fregato. M'aspettavo una domanda sulla via percorsa oppure, da quanti anni arrampichi... o chissà che cosa... e invece questo vecchio mi chiede se ho paura ad arrampicare.
Guardo negli occhi Luca e subito ci capiamo. Sorridiamo ed entrambi pensiamo che abbiamo davanti un pazzo. Il vecchio riprende a parlare. Sembra che il peso della vecchiaia arresti le parole sulla punta della lingua. “Li ce la mia via. Quando morirò gli daranno il mio nome. Tu c'hai paura vero?”. Incuriosito dall'uomo che ho davanti decido di stare al gioco e gli chiedo dove sale la sua linea. “Quante volta l'ho percorsa... e si... la vedi? è li, li dove c'è l'albero!”. Mi volto e tento di cercare la sua linea di salita, ma onestamente vedo più alberi che pareti e mi convinco che ho proprio davanti il pazzo del paese. Stiamo per andarcene e riprende a parlare “Eccolo lì, lo sperone del Popo. Sicuramente c'è ancora quello spiazzo!” Mi blocco, m'arresto, e mi appresto nuovamente ad ascoltare guardando le cime dei pilastri sbucare dal verde. “Ci salivo con la fidanzata. Prima ci davo dentro e poi percorrevo la mia via”. Ora ho la convinzione che la persona che ho davanti ha veramente perso qualche rotella per strada. Educatamente lo saluto. Lui con una risata se ne va, felice d'aver parlato con qualcuno anche oggi. Si dirige verso il piccolo muretto e lì si siede aspettando il tramonto...
Mi volto ancora una volta... quello sguardo mi ha imprigionato... ci scambiamo qualche occhiata, i suoi occhi sono come il ghiaccio. Mi siedo in macchina e ci dirigiamo alla prima gelateria per gustarci un piacevole gelato.
Dopo una coda interminabile, arriviamo finalmente a casa. Raccatto tutta la mia mercanzia che è sparsa in ogni dove sulla macchina. Anche questa volta mi sono portato l'impossibile. Non riesco a tenere tutto tra le mani... ed ecco che mi cade la guida. Mi chino e la raccolgo. L'occhio destro nota che la guida si è aperta sui pilastri di Rogno. L'occhio sinistro legge “Sperone del Popo”. Raccolgo tutto e lascio passare la macchina che si è fermata per evitare d'investirmi. Ripenso al vecchio. Ripenso alla mia non curanza e, guardando le ultime luci della sera all'orizzonte, rivedo quel pazzo con gli occhi che brillano mentre parla con altri arrampicatori e condivide un pezzo di storia di quelle montagne.

 

E allora scrivo
di Omar

E allora scrivo di neve e di ghiaccio, di roccia e di prati.
Scrivo di fatica, di sudore, di caldo e di mosche.
Scrivo di freddo, di nebbia, di vento e di brividi.
Scrivo di passioni, di privazioni, di dolore e di levatacce.
Di grida di rabbia, di grida di dolore e di sfogo e di gioia.
Di mani graffiate, di piedi stretti e indolenziti, di muscoli tesi e muscoli doloranti.
Scrivo di corde che non scorrono, di nodi che non riescono, di moschettoni che non si aprono e di caschi che scottano.
Scrivo di ginocchia piegate nella neve, di teste appoggiate su piccozze e di polmoni che scoppiano assieme al cuore.
E di mani che non senti più, di nasi che gocciolano e di polpacci che bruciano.
Scrivo del sole che picchia duro e di burro cacao, di crema solare che cola negli occhi e di borracce sempre vuote.
Scrivo di appigli che non reggono e di scarpette di cui devo fidarmi.
Scrivo di mal di testa e di nausea, di russate nei cameroni dei rifugi e di colazioni alle 3 del mattino.
E penso a croci sempre troppo lontane, a discese interminabili e colonne infinite sulla strada di ritorno con qualcuno che dorme, qualcuno che ascolta musica, qualcuno che pensa alla morosa e a quel poveretto che guida.
E scrivo di cieli azzurri, di cieli blu, di cieli grigi e di cieli neri e anche di cieli che non si vedono perché stanno in fondo al cuore.
Scrivo di ramponi da legare, di imbrachi da stringere, di chiodi da piantare e di clessidre da cercare.
Scrivo di corvi bassi, di marmotte che fischiano e si nascondono, di sassi che rotolano e di acqua che solo a vederla ti fa rinascere.
Guardo la mia caviglia e leggo. Leggo perché adesso è la sola cosa che posso fare.
Leggo di cime raggiunte e di sogni realizzati, di visioni nella nebbia e di leggende mai sentite.
Leggo di salvataggi tra amici e di bugie troppo grosse che prima o poi vengono a galla, ma si resta amici.
Di ragazze che si incontrano tra i monti e di fotografie che si trovano sotto i massi.
Leggo di supereroi senza volto e di super stronzate senza tempo.
Leggo di attese e di ritorni e penso alle mie attese e ai miei ritorni.
Leggo di cadute e di voli tra le rocce e sul ghiaccio e di voglia di lasciarsi andare per sempre, lì tra le montagne.
E di coraggio.
Di gatti alpinisti e di cimiteri abbandonati.
Di deliri e di gelati.
Di zaini abbandonati e di stelle cadenti che non arrivano,
Di monti addormentati e di camminate in solitaria e di cani abbandonati e di salite mai realizzate.
Di vecchi forse pazzi e di pazzi ancora giovani, che forse un poco si senton soli.
Leggo di maledizioni e amicizia, di futuro e di passato.
Guardo la mia caviglia e scrivo, perché anche quello posso fare.
Scrivo di pareti senza un inizio né una fine, di lunghezze esagerate e di calate mozzafiato.
Di fiori aggrappati alla vita su una roccia troppo dura e troppo fredda.
Di fulmini e di capelli che si rizzano.
Scrivo di chi barcolla ma non molla e di chi azzera e lo dice senza vergogna.
Scrivo di chi sale il sesto senza problemi e di chi fa il terzo. Di chi ce la fa e di chi no, ma ci mette l'anima.
E anche di chi non salirà mai.
Scrivo di noi che ci vogliamo bene e di te che ci vuoi bene ma non lo dici mai.
E scrivo della paura e della morte, di cascate e di elicotteri che non vorresti vedere mai più.
Di chi non c'è più ma, chissà perché, sembra ancora legato alla tua corda, davanti a te.
Allora continuo a scrivere di mani tese che ti aiutano a salire e di monti che ti aiutano a vivere e a sognare.

 

Bertoldo ed il Sasso Errante
di Nuvolarossa

Come di routine io e Matteo ci troviamo per l'ennesimo week-end di questa estate a girovagare per le pareti dolomitiche…
E' il 26 agosto 2007. Le ore passano velocemente col susseguirsi delle varie lunghezze di corda. Ci troviamo sulla via Tanesini alla Torre Fiechtl, nel gruppo del Sella. Una torre probabilmente poco conosciuta, situata più a sinistra delle invece rinomatissime Torri del Sella.
La giornata fino ad ora è trascorsa felicemente come tantissime altre giornate passate quassù, salendo tra placche, diedri e muri verticali delle bellissime pareti dolomitiche.
Ma oggi non è ancora detta l'ultima parola, il destino ci serba una sorpresa prima di poterci stringere felicemente la mano al termine dell'impresa.
Il Bertoldo sull'ultimo tiro ha pensato bene di insultare un Sasso Errante. Tale Sasso, offeso per l'arroganza dell'arrampicatore, ha pensato bene di lasciarsi cadere verso valle proprio nel momento in cui il maleducato passante appoggiava il piede su di lui. Fu così, che quasi per magia, il nostro climber si trovò a volteggiare leggero nell'aria. Quasi avesse trovato una nuova aspirazione sportiva si dilettò in un paio di volteggi e, per prendere più velocità, pensò bene di mettersi anche a testa in giù.
Ma, aimè, si era dimenticato di avere ancora il cordone ombelicale...
E fu così che un chiodo, qualche metro di corda, un mezzo barcaiolo ed una mano pronta gli fecero smettere di sognare...
Il breve sogno era già finito ed il duro impatto con la realtà (o roccia che dir si voglia) non si fece attendere mettendo fuori uso il Bertoldo. Il nostro Sasso Errante si era degnamente vendicato e rideva soddisfatto qualche centinaio di metri più a valle. Fu allora che il Bertoldo, sentite le patetiche sghignazzate, volle dimostrare di essere più duro della roccia che si era presa gioco di lui e lo aveva colpito.
Si mise nuovamente in posizione verticale, appoggiò le quattro zampe sulla parete e raggiunse la vicina vetta, tutto intero, non completamente sano, ma comunque trionfante...

 

Mani Rosse
di Omar

La domanda è sempre quella: “Sei stato in montagna? Dove?”
Anche la prima parte della risposta è sempre quella : “Sì”.
Cambia la seconda, ma non è importante. Tanto lo sguardo è sufficiente a farmi capire che lui, come al solito, non ha capito e allora lo ripeto ad alta voce.
Scrollando il testone mi risponde che non sa dove si trovi quel posto lì. Lui andava sempre in Valbondione oppure in alta Valbrembana.
Ci andava in bicicletta, con suo padre.
Da giovane ferrava i cavalli e alcuni suoi clienti abitavano lassù. Va da sé che doveva andarci. E gli piaceva. Non so se gli piaceva di più ferrare cavalli o stare con suo padre.
Lui è mio nonno. Quando ero bambino, durante le vacanze estive, andavamo a cercar mirtilli e resina d'abete nei boschi sopra Piazzatorre. Passavamo intere giornate assieme. A lui chiedo scusa per tutte le volte che non capisco che le sue domande sono solo un pretesto per scambiare due parole. Ma nella mia stupida fretta quotidiana, nella mia egoistica stanchezza da dopo camminata, preferisco dare due risposte veloci e ficcarmi sotto una doccia calda.
Con il mio di padre, invece, non ho mai parlato tanto. Lui ha fatto l'alpino. Ho una sua foto a casa, dove lo guardo marciare immerso nella neve, serio e carico come un mulo. Tra noi ciò che non fanno le parole lo fanno gli sguardi e i silenzi. O le frasi al contrario.
“Mi raccomando… non stare attento…” Ovviamente detto velocemente, di fretta, quasi distrattamente ed in bergamasco, perché così pare più distaccato, più tra uomini, meno paterno. Lo dice quando mi carico lo zaino sulla schiena oppure mentre apro la porta di casa per uscire. Normalmente rispondo “Va beneee…”, quasi offeso e me ne vado. Contento che anche stavolta abbiamo fatto la nostra scenetta dei finti uomini duri.
A lui chiedo scusa, per non essermi mai fermato su quella porta e non essermi mai girato per dire anche solo “Tranquillo non mi ficco nei casini. Ci vediamo questa sera…”.
“Vai da solo ?”. “No, con il Guglielmo”. Balla clamorosa, il Guglielmo sarà da qualche parte con la morosa…Però almeno mia nonna è un poco più tranquilla. Mia nonna è stata catturata e fatta prigioniera dai tedeschi durante la guerra. Mi racconta spesso delle sofferenze e degli orrori che ha visto. Di quei periodi le è rimasta la tristezza negli occhi, sempre velati e pronti alle lacrime. Ti chiedo scusa per l'ennesima bugia, per l'ennesima falsità a fin di bene.
Sono freddi gli occhi di mia madre. Forse non sono nemmeno più gli occhi di una madre. Mi guardava triste quando me ne partivo per qualche giorno lontano, nel bel silenzio delle mie montagne. Mi guardava e mi salutava come se fosse stata l'ultima volta. Ma le cose cambiano. Non è vero che il tempo cura tutte le ferite. Non è vero che il tempo deve fare il suo corso e che le cose prima o poi si sistemano. Ora, a volte, non mi guarda nemmeno. E me ne parto, più solo di come vorrei essere.
Ed allora, amore mio, ripenso alle tue mani rosse di freddo, perse nella nebbia di una montagna di cui non ricordo il nome e nemmeno i colori. Perché a te la montagna non piace, preferisci il mare, l'ho capito fin da quando ti ho visto per la prima volta, una sera di settembre che tirava un vento profumato di uva matura e foglie gialle. Ma a volte fai finta e mi fai felice. Ti chiedo scusa per quelle volte che ti ho lasciata sola ad aspettare una telefonata “Pronto? Ciao, sono tornato. Sì…tutto bene. Ci vediamo stasera.”. Per quelle volte che non ti ho detto che mi sei mancata.

“Che ti move, o omo, ad abbandonare le proprie tue città, a lasciare parenti e amici, ed andare in lochi campestri per monti e valli, se non la naturale bellezza del mondo?” L. Da Vinci

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Solitudine by Night
di Will

Eccomi qui a batter tasti. Eccomi qui davanti ad un pc. Semplicemente eccomi qui.
Dopo che qualche giorno fa, Giacomo mi aveva emozionato con la sua salita notturna alla Grigna era nato dentro di me il desiderio di salire la Cresta Segantini con gli ultimi raggi di sole e arrivare in vetta con il buio. Andrea e Monica, miei compagni notturni però preferivano qualcosa di meno impegnativo. La scelta cade allora su di un posto un poco dimenticato, ma alpinisticamente significativo.
Alla Rocca di Baiedo don Agostino Butturini con il suo gruppo Condor ha aperto vie d'arrampicata non troppo difficili. La più famosa è Solitudine. La via fa per noi, 6-7 brevi lunghezze e un 'comodo' sentiero di discesa. Si parte. Raggiungiamo l'abitato di Baiedo in motorino perché certi dell'intenso traffico che percorre la strada Briantea.
I rovi che coprono il sentiero d'accesso ci danno idea di un qualcosa di dimenticato. Stupendo! In un batter d'occhio siamo all'attacco della via. Con noi per la prima volta c'è una telecamera. Io salgo le prime 3 lunghezze, Andrea chiude la via. Siamo nel boschetto sommitale quando il buio ormai avvolge tutto.
Inizia la discesa. Inizia una traccia che via via si perde. Capiamo di essere fuori strada, ma un debole sentierino ci invita a continuare. E proseguiamo. Davanti ci sono io che cerco di procedere lentamente per essere sicuro di non cadere. La mia prudenza evidentemente non è sufficiente e inizio a scivolare lungo il ripido bosco. Inizio vorticosamente ad afferrare tutto quello che mi passa sotto le mani. Niente da fare. Tutto si muove. Io cado. Io perdo metri. Mentre sento urlare di disperazione i miei amici mi ritrovo su di un salto. Sento il vuoto. Cado pochi metri. Batto in più punti la testa. Non mi fermo. Continuo a scivolare. Sotto di me la statale. Sbatto ovunque. Pensieri di una fine imminente sono ormai una certezza. Sento di non aver chiuso i conti con questa vita. Sento di non aver salutato. Sento di non aver saldato vecchie ferite. Poi un colpo secco. Un albero stoppa la mia caduta. Sento dolore alla testa. Sento dolore ovunque. Provo a muovermi. Mi lascio andare, sapendo che l'enorme tronco non mi sputerà via. Prendo fiato. Perdo sangue dal naso e dalla testa. Le mani mi fanno male. Le urla di disperazione riecheggiano nel bosco. La frontale s'è persa durante la caduta. Avviso i miei amici che sto bene (?). Loro decidono di raggiungermi. Da questo tronco riusciamo a scendere in doppia. Con una calata di 30 metri esatti i miei amici sono da me. Ma nel frattempo un paio di abitanti del paese, preoccupati dalla luce della frontale che avanzava nel bosco ci hanno raggiunto. Mi aiutano a scendere sulla strada.
Scosso. Consumato dai pensieri. Certo di essere vivo. Mangio la pasta fredda che Monica aveva preparato. Guardo nei loro occhi e capisco la paura che tutti abbiamo avuto. Un freddo intenso accompagna la nostra discesa in moto sino a casa. Raggiungo il letto. Mi sdraio. Sono pieno di dolori. Ripenso alla giornata. Rivedo la mia vita.
M'addormento.

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Un nuovo mattino
di Paolo Grisa

«Riallacciare i contatti con la natura, e come amici prendersi per mano, e scoprire noi stessi, e finalmente comunicare. E percepire non solo il tipo di realtà che ci viene sottoposta quotidianamente, bensì le diverse realtà di cui è composta l'esistenza. Non è cosa difficile comprendere, osservando le mutazioni delle stagioni, come esse abbiano una similitudine con la nostra vita» (I. Guerini)
Ebbene si... è davvero possibile, contro ogni previsione, trasformare un triste e grigio pomeriggio quasi autunnale di temporali vaganti su tutta la pianura e sulle prealpi in un frizzante e spensierato NUOVO MATTINO verticale su un meraviglioso sipario (si, un SIPARIO color OCRA) incastonato a fianco di quella che Guerini chiamava la COSTIERA D'AVORIO... proprio qui due fessure di meravigliosa regolarità ti sparano verso l'alto in una lotta contro la gravità che si risolve sempre felicemente per chi ha la pazienza di cercare SENZA L'USO DI TRUCCHI la soluzione nascosta...
La roccia APPARENTEMENTE nemica all'inizio premia in realtà colui che andando al di là della superficie delle cose prosegue nella sua esplorazione verso l'ALTO...
MANOBONG e FESSURIANI... due lineari crepe tanto affascinanti quanto repulsive dalle quali... chi avrà la curiosità (o l'energia...) di fermarsi ad ascoltare godrà del privilegio di udire uscire dalle loro fenditure il suono rieccheggiante di un sogno (o un utopia?) che si chiamò... alla fine degli anni'70 ARRAMPICATA LIBERA... (ma libera davvero!) e che rimase, invece, vittima di sè stesso, finchè quel "libera" (che significava in realtà molto più di quello che in seguito si sarebbe voluto far credere) si sarebbe trasformato in SPORTIVA ribaltando completamente i suoi ideali...
Tentennare sulla scelta del sentiero,
seguire con lo sguardo la linea e chiedersi come sarà trovarcisi sopra,
respirare profondamente prima di compiere il primo passo verso l'alto, espirando fuori tutte le preoccupazioni,
gioire per la scoperta di una protezione,
vergognarsi rinviando uno spit non certo frutto del "SOGNO ORIGINALE",
sorprendersi della inaspettata generosità della roccia proprio in quel punto che, da sotto, sembrava più minaccioso,
terminare una via sotto uno scroscio rinfrescante che, più che rovinare sembra voler essere partecipe anch'esso della gioia del momento...
Grazie a Matteo e Fede che, in due diversi momenti, mi sono stati compagni di questi piccoli viaggi fuori dai tempi e fuori da quei gradi così volgari nella loro freddezza... viaggi nei quali, l'arrampicata, ne è stata si una componente, ma non certo la più importante.

 

Il Sasso Errante
di Omar

Sono tra i monti. Ci sono sempre stato. Da migliaia di anni. E chissà per quanto tempo rimarrò qui: a scaldarmi al primo sole del mattino e a rabbrividire al primo freddo della sera. Mi lascerò bagnare dalla pioggia scrosciante dell'estate che mi scorre sopra veloce e che, lentamente, mi addolcisce i lineamenti e li rende meno ruvidi e spigolosi. Mi farò coprire, come sempre, dall'ultima neve di marzo, sorridendo al pensiero che di lì a poco sarò circondato da fiori e profumi che mi addolciranno il cuore, duro come pietra.
A volte sogno il mare, lontano anni luce da qui. Mi immagino sulla spiaggia a farmi accarezzare dalle onde che con il loro monotono andare e venire mi fanno addormentare. Ed i pesci che mi vengono a trovare. I bambini che mi nuotano attorno e che ridono. Le ragazze con i seni al vento e l'odore della crema solare. Mi godrò i tramonti arroventati e il volo dei gabbiani. Mi lascerò sporcare dalle alghe e perfino i granchi mi cammineranno sopra. Forse un giorno ci arriverò, chissà quando, chissà come. Attraverso un fiume ci arriverò.
Ed allora mi mancheranno i miei silenzi, mi mancherà anche il ghiaccio che mi copre ed il vento che non mi lascia dormire. Mi ricorderò degli animali al pascolo ed il suono dei loro campanacci al collo. Delle vipere che si addormentano sopra di me, al caldo del mio corpo.
Se solo fossi un poco più in alto, qualche metro. O un poco più in basso. Allora vedrei il mare, laggiù, tra quelle due montagne lontane. Ho sentito dire da qualcuno di passaggio che da lì si vede il mare.
Ma da dove sono io vedo solo nuvole, prati e cielo azzurro.
Io lo so perché vorrei andarmene da qui, da dove sono sempre stato.
Per averne nostalgia e tornare.

 

Aria Frizzantina
di Will

Potrei iniziare col dire che c'erano un fotografo, un infermiere e un ingegnere. Potrei continuare nel dire che c'era anche Tiziana. Volendo potrei persino aggiungere che il sole splendeva alto nel cielo.
Potrei... ma non lo faccio.

Il risultato sarebbe un tema descrittivo della giornata. Delle righe che verrebbero lette con la stessa velocità con cui verrebbero dimenticate.
Provate ad immaginare un teatro. Sipario rosso che si apre lentamente. Luci che si fondono con i vestiti colorati degli attori. Provate ancora ad immaginare di essere l'unico spettatore di quell'unica rappresentazione. Provate ad immaginare l'infinito e provate ad immaginare la piccolezza.
Ieri il sole illuminava un teatro che nonostante sia a pochi passi da casa visito molto poco. Non perché il biglietto d'ingresso costi troppo, ma perché scelgo altri spettacoli. Ci sono poi quattro attori che si muovono in un palco enorme che è l'alta Val Seriana.
Io sono lo spettatore che anziché star seduto in platea inizia a muoversi in questa incredibile rappresentazione reale.
Ci sono silenzi e ci sono le voci. Le loro di voci.
Questa domenica è proprio diversa dalle altre. Non ci sono corde, non ci sono moschettoni. C'è solo il silenzio interrotto quasi esclusivamente dal loro vociare.
Ascolto tante storie. Storie di vita quotidiana. Storie di soccorso alpino.
Ogni istante della loro vita è legato a questa attività che rappresenta per loro una forma di devozione. Ascolto ammirando lo spirito con cui indossano quei vestiti. Ascolto le loro energie. Ascolto la forza d'animo con cui si salva una vita o si recupera un morto.
Cerco di far mio tutto questo. Cerco d'imparare e di crescere.

 

 

Ebano
di Will

Il tempo scivola via dalle mani.
Sembrava ieri, il primo giorno delle superiori e un mondo nuovo che si apriva. Da allora ad oggi son passati molti anni. Eppure... non riesco a rendermene conto!
Nel gennaio 2004 mettevo per la prima volta dei vestiti dentro un grande zaino, trasformando quello spazio, non poi così grande, nella mia piccola casa per circa un mese. Il viaggio in Messico aveva dato inizio a qualcosa di veramente importante.
Nei viaggi che si sono susseguiti, l'alpinismo ha trovato il suo spazio. Tutto si è fuso insieme. Tutto è stato unico ogni volta. Mentre toccavo la sabbia di tanti stati ho saputo ridere e al tempo stesso piangere.
Il "dolcemente viaggiare" direbbe Lucio Battisti quel "...rallentare per poi accelerare..." che mi ha permesso di assaporare tutto l'assaporabile.
Tra qualche giorno sarà Natale. Mentre la maggior parte di voi sarà davanti ad una tavola imbandita io starò volando sopra le vostre teste.
Un nuovo viaggio, una nuova avventura.
Il Kenya, con il suo Monte Kenya saranno le nostre destinazioni. Uno stato e una vetta (in realtà le vette son 3). Lo spirito con cui affronterò questa avventura è lo stesso delle altre volte o forse superiore...
E potresti ripartire,
certamente non volare, ma viaggiare! “